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Iran Contra: storia dello scandalo Irangate

Ottobre 3, 2024

Lo Scandalo Iran-Contra (conosciuto anche con il termine Irangate) è un’espressione sintetica che, nella storia degli Stati uniti, indica le azioni intraprese dall’amministrazione Reagan connesse al finanziamento dei Contras in Nicaragua, che combattevano contro il governo sandinista, reso possibile dalla vendita segreta di armi all’Iran.

Scandalo Iran – Contra riassunto

Ecco quindi le tappe fondamentali per comprendere le vicende connesse all’Irangate.

Dall’amministrazione Carter all’insediamento di Reagan

Negli anni Settanta gli Stati Uniti avevano venduto un grande quantitativo di armi alla Repubblica Iraniana di Mohammad Reza Pahlavi. Questo rapporto commerciale si incrinò però nel 1979 quando degli studenti presero d’assalto l’ambasciata americana a Teheran prendendo 52 ostaggi americani: Carter decise allora di imporre un embargo di armi all’Iran.

Questa situazione causò un riassesto delle politiche militari degli iraniani, che riuscivano comunque ad acquistare rifornimenti e pezzi di ricambio per i loro armamenti di fabbricazione statunitense da altri paesi. Inoltre, la crisi diplomatica con gli USA potenziò l’avvicinamento dell’Iran all’URSS, che poté diventare un potenziale nuovo fornitore di armi per il paese.

Nonostante Reagan, succeduto a Carter nel 1981, avesse giurato di mantenere l’embargo, numerose voci all’interno della sua amministrazione iniziarono a pensare che questa linea di condotta non fosse più conveniente. La prima risposta alla mutazione della situazione iraniana da parte degli Stati Uniti fu l’Operazione Staunch (1983), consistente in un grande sforzo diplomatico volto a evitare che altri stati vendessero armi all’Iran al loro posto.

La situazione in Nicaragua e l’emendamento Boland

Nel frattempo, in Nicaragua si stava svolgendo una guerriglia fra il governo legittimo instaurato dal Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) e i militanti del Contra. I rivoluzionari del FSLN avevano rovesciato la dittatura di Anastasio Somoza Debayle nel 1979, e avevano instaurato uno stato di ispirazione nazionalista, antimperialista e socialista. I militanti del Contra, invece, provenivano dai corpi della Guardia Nazionale che sosteneva l’ex-dittatore Debayle e cercarono di opporsi alla rivoluzione prima e al nuovo ordinamento politico sandinista poi.

Uno degli obiettivi di Reagan, fin dal suo insediamento, fu quello di inasprire la lotta al comunismo impegnandosi a rovesciare i governi socialisti che stavano sorgendo nel Terzo e Quarto Mondo, compreso quello sandinista. Il presidente Reagan aveva quindi chiesto al Congresso di sostenere economicamente i contras, ai quali si riferiva come all’«equivalente morale dei nostri padri fondatori».

Il Congresso rifiutò e approvò l’emendamento Boland, che vietava gli stanziamenti di fondi volti a rovesciare il governo comunista legalmente eletto del Nicaragua. Questa situazione rappresentò un grande scontro fra il potere esecutivo e il potere legislativo negli USA, con quest’ultimo che cercava di limitare l’interventismo internazionale del Paese.

Siccome la decisione del Congresso rischiava di determinare la sconfitta definitiva dei Contras, Reagan decise di contravvenire a quanto stabilito dall’Emendamento di Boland e di incaricare il Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC) di sostenere comunque i militanti senza fare affidamento sui soldi del bilancio federale.

L’NSC mise quindi in atto un’operazione segreta conosciuta come “l’Enterprise”: la rete di contrabbando d’armi sarebbe stata guidata da un ufficiale dell’US Air Force in pensione, il quale avrebbe dovuto gestire le contrattazioni con Richard Secord, il mercante d’armi designato per far arrivare le armi ai Contra. Nel frattempo, l’URSS si era impegnata a sostenere finanziariamente il governo dei sandinisti.

Sul fronte Iraniano, gli americani stavano parallelamente tollerando che Israele fornisse delle armi e dei pezzi di ricambio agli iraniani, anche perché Israele aveva un interesse nel mantenere Iran e Iraq in contrasto fra loro. Nel 1985, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Robert McFarlane scrisse una Direttiva in cui proponeva al Congresso di permettere un sostegno ai gruppi iraniani, motivando questo sostegno con il fatto che l’URSS, avendo migliori rapporti con il Paese, avrebbe potuto approfittare di quel periodo di crisi per influenzarne la politica. L’iniziativa di McFarlane fu aspramente criticata e la sua proposta fu considerata illegittima.

Per aggirare questa situazione, si decise di vendere armi agli iraniani attraverso la mediazione dello Stato di Israele, dopo che l’Iran aveva dichiarato che avrebbe permesso il rilascio di alcuni prigionieri in Libano in cambio. Il piano era il seguente: Israele, tramite un intermediario, avrebbe fornito le armi alle forze iraniane con la giustificazione che queste sarebbero state gestite da una fazione moderata all’interno del regime dell’Ayatollah Khomeini, la quale si diceva fosse interessata a un riavvicinamento con gli Stati Uniti.

Inizio delle trattative con l’Iran

La manovra fu portata avanti da McFarlane, il quale mirava alla liberazione degli ostaggi nel breve termine e all’instaurazione di un dialogo diretto con i funzionari iraniani a lungo termine. Reagan fu presumibilmente informato della preparazione di questa operazione nel 1985, e alcuni suoi consiglieri lo misero in guardia contro l’ingaggio in una trattativa che prevedeva la cessione di armi per il rilascio di ostaggi. Tuttavia, ancora oggi, non è chiaro fino a che punto Reagan fosse consapevole o approvasse tutti gli aspetti delle operazioni condotte.

McFarlane riuscì a convincere gli israeliani che il governo statunitense avrebbe approvato l’operazione, che quindi fu attuata. Ad oggi non è chiaro se la fazione moderata iraniana guidata Akbar Hashemi Rafsanjani stesse davvero cercando di riavvicinarsi all’Occidente, né se avrebbe avuto il potere necessario a far liberare gli ostaggi.

Anche se in pensione, McFarlane continuò a contribuire alle operazioni e, a partire dal 1985, aggirò Reagan eliminando l’intermediario israeliano e vendendo direttamente le armi agli iraniani a un prezzo maggiorato. Inoltre, si prevedeva che a ogni scambio ci sarebbe stato un rilascio di ostaggi da parte dell’Iran.

La posizione ufficiale di McFarlane fu ereditata da Oliver North, con il quale il pensionato collaborò per tutte le trattative successive fino allo scoppio dello scandalo. Nel 1986 si conclusero gli accordi per la liberazione di Benjamin Weir, di padre Martin Jenco e di Terry Anderson dell’Associated Press, che erano tra i diciassette americani e i settantacinque occidentali sequestrati a Beirut dagli Hezbollah e tenuti prigionieri in Libano.

Tutti gli ostaggi erano stati brutalmente torturati, e qualcuno fu lasciato morire. I rapimenti rappresentavano una ritorsione per l’invasione israeliana del Libano (1982), che era stata supportata da aerei da guerra statunitensi e da navi della sesta flotta, e facevano parte di una campagna della Jihad Islamica e degli Hezbollah per liberare il Libano dalla presenza degli americani.

Oliver North e la seconda fase delle trattative

North determinò un’ulteriore evoluzione della trattativa, scegliendo un nuovo intermediario iraniano, Hashemi Bahramani, noto per il suo coinvolgimento nel terrorismo internazionale e, dal punto di vista di North, capace di influenzare significativamente la politica dell’Iran. North incontrò Bahramani frequentemente tra il 1985 e il 1986. Tra gli altri obiettivi, pianificarono insieme di rovesciare Saddam Hussein e di instaurare un governo in Iraq favorevole all’Iran.

In un controverso tentativo di liberare gli ostaggi e di finanziare la guerra di Reagan contro i sandinisti, il tenente colonnello Oliver North del National Security Council orchestrò il piano precedentemente menzionato, che successivamente tentò di occultare in tutti i modi.

Fino al suo licenziamento nel 1986, il tenente colonnello dei marines, conosciuto come Ollie, fu l’ufficiale della Casa Bianca più direttamente coinvolto nel sostegno segreto ai contras, nella vendita di armi all’Iran e nel trasferimento dei proventi di quelle vendite ai contras.

Fuga di notizie e scandalo

La matassa della vicenda Iran-Contra cominciò a dipanarsi il 5 ottobre 1986, quando i sandinisti in Nicaragua abbatterono un aereo da trasporto carico di rifornimenti militari con a bordo tre americani. Uno di loro, Eugene Hasenfus, sopravvisse e, una volta catturato, affermò di lavorare per un uomo della CIA di nome ‘Max Gomez’, il nome in codice di Felix Rodriguez.

Quando le speculazioni sul coinvolgimento dell’amministrazione Reagan nello scandalo Iran-Contra aumentarono, George Bush, all’epoca vicepresidente, apparve in televisione per difendere l’amministrazione. Durante le sue dichiarazioni pubbliche, minimizzò l’idea di uno scambio diretto fra ostaggi e armi. È documentato che importanti membri dell’amministrazione, inclusi il segretario di Stato George Shultz e il segretario alla Difesa Caspar Weinberger, erano contrari a certi aspetti del piano di vendita di armi all’Iran, che erano stati discussi in riunioni a cui Bush aveva partecipato.

La conferma della ricostruzione dei media arrivò il 25 novembre 1986, quando il procuratore generale Edwin Meese ammise che la vendita di armi agli iraniani era stata finalizzata a trovare i capitali necessari per finanziare le milizie dei contras, aggirando così i limiti imposti dal Congresso al Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC). Lo stesso giorno, Reagan licenziò North.

Reazioni interne e ulteriori sviluppi

I commentatori politici furono sorpresi nello scoprire che l’NSC (nato nel 1947), tradizionalmente un organo consultivo con funzioni di intelligence, sotto l’amministrazione Reagan fosse diventato più operativo, agendo come un’entità con poteri economici significativi e scarsamente controllabile dal Congresso.

Lo storico americano John Canham-Clyne ha sottolineato che, per l’NSC, la legge spesso fungeva più da ostacolo da aggirare che da guida per la condotta; una dinamica che, secondo lui, non era nuova nelle operazioni nascoste delle amministrazioni statali.

Dichiarazioni ulteriori sul coinvolgimento dello stato americano nella faccenda Iran-Contra arrivarono nel 1987 da parte di William Casey, che erano state fatte prima che quest’ultimo fosse ricoverato in ospedale per un episodio di ictus. Casey rese pubblico il ruolo che la CIA aveva avuto per facilitare gli spostamenti di denaro a vantaggio dei Contras, tutti gestiti dalla mente di North. Casey morì prima che si potesse indagare oltre, e non è stato quindi possibile stabilire quanto approvasse o fosse consapevole del piano nella sua totalità.

Il 25 novembre 1986, Reagan istituì la cosiddetta Commissione Tower, presieduta dall’ex-senatore John Tower, per indagare nell’affare Iran-Contra. La commissione fu la prima a indagare sul ruolo dell’NSC nell’affare. La commissione negò il coinvolgimento diretto di Reagan, ma gli riconobbe la colpa di non essere stato in grado di vigilare adeguatamente sull’operato della sua amministrazione.

Conseguenze

Nel gennaio del 1987, il Congresso avviò un’indagine volta a determinare le responsabilità dietro i piani semi-segreti e illegali portati avanti dall’amministrazione Reagan. Il congresso, al tempo a maggioranza democratica, era infatti convito sarebbe dovuto essere il presidente stesso a controllare in modo meno permissivo le macchinazioni dei suoi collaboratori politici, e che quindi era sua la responsabilità primaria dello scandalo. Inutile dire che, al contrario, l’ala repubblicana percepì l’ulteriore l’indagine come un’illegittima caccia all’uomo.

A marzo dello stesso anno Ronald Reagan ruppe il silenzio che aveva optato di tenere dopo l’annuncio dell’apertura dell’indagine e trasmise una dichiarazione televisiva dal suo ufficio presidenziale. Reagan si assunse la responsabilità delle irregolarità commesse dalla sua amministrazione, e ritrattò le sue precedenti dichiarazioni, nelle quali aveva negato che le contrattazioni con l’Iran si fossero tradotte in uno scambio di armi per ostaggi.

Tutt’oggi non è chiaro il grado di consapevolezza globale che avesse Reagan nei confronti delle politiche messe in atto dai suoi collaboratori, ma è ampiamente accettato che il presidente avesse creato i presupposti politico-culturali per l’impostazione delle relazioni fra Usa, Iran e Nicaragua.

L’emersione dello scandalo causò un nettissimo calo dell’apprezzamento popolare nei confronti del governo Reagan, il più consistente della storia politica americana (in relazione alla sua rapidità). Nonostante questo, Reagan riuscì a riguadagnarsi il consenso abbastanza in fretta. Le conseguenze sul piano internazionale, però, furono piuttosto pesanti.

In primo luogo, la politica degli USA aveva dimostrato ai terroristi che gli ostaggi erano un’ottima merce di scambio per poter estorcere potere economico e militare alle amministrazioni occidentali, e in secondo luogo aveva completamente nullificato la retorica circa l’etica della contrattazione che avrebbe caratterizzato gli USA in questi contesti, che gli americani avevano fatto pesare agli altri stati coinvolti in situazioni analoghe.

Mehdi Hashemi, responsabile di aver divulgato lo scandalo in Iran, fu giustiziato nel 1987 per crimini ufficialmente irrelati rispetto alle sue dichiarazioni, anche se la prossimità fra dichiarazioni e processo è stata interpretata come sospetta dagli osservatori internazionali.

Nel 1994 Reagan dichiarò, ormai da ex-presidente, di essere stato diagnosticato con il Morbo di Alzheimer. Lawrence Walsh ha avanzato l’ipotesi che il deterioramento della sua salute avrebbe potuto in parte spiegare la sua gestione irregolare della faccenda Iran-Contras.

Fonti Consultate


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