Come Funziona il Sistema Elettorale Americano
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Il Sistema Elettorale Americano: come viene eletto il Presidente

Ottobre 3, 2024

L’elezione dei presidenti degli Stati Uniti è sempre un momento di grande interesse che monopolizza l’attenzione dei media di tutto il mondo. I cittadini americani sono chiamati alle urne ogni 4 anni, secondo un meccanismo elettorale che ai più sembra essere molto complicato e lontano da quello italiano.

Infatti, l’attuale sistema di voto americano è stato codificato negli anni della fondazione del Paese e da allora è mutato pochissimo. Come vedremo, si tratta di un procedimento indiretto per cui il popolo non vota in maniera diretta un candidato specifico. Questo per cercare di dare un peso maggiore e una giusta rappresentanza in Congresso anche agli Stati più piccoli.

Cerchiamo quindi di comprendere meglio la struttura politica degli Stati Uniti e come si arriva all’elezione del presidente.

L’ordinamento politico degli Stati Uniti

Prima di approfondire l’argomento del sistema elettorale americano, è importante fare chiarezza sulle caratteristiche fondamentali dell’ordinamento politico del Paese.

Gli Stati Uniti sono una repubblica presidenziale di tipo federale e il potere è suddiviso tra Presidente, Congresso e corti giudiziarie federali. Il governo federale ha lo scopo di coordinare i diversi Stati della nazione ma i 50 Stati godono comunque di un’ampia indipendenza che consente loro di legiferare liberamente in gran parte dei settori della vita pubblica.

In genere le competenze statali sono sancite dalla Costituzione ma gli Stati tendono a emanare leggi proprie su temi differenti come porto d’armi, legalizzazione delle droghe leggere e pena di morte.

I rapporti con il governo federale sono regolati dalla Corte Suprema. Ricordiamo inoltre che ciascuno Stato federale elegge al Congresso due senatori e rappresentanti alla Camera in numero proporzionato alla propria popolazione.

Il Presidente degli Stati Uniti

In quanto repubblica presidenziale, il presidente americano ha poteri molto ampi ed in particolare ha nelle proprie mani il cosiddetto potere esecutivo, ovvero ha il compito di far applicare le leggi. Inoltre è il comandante in capo delle forze armate.

Per potersi candidarsi alla presidenza bisogna però essere in possesso di 3 requisiti fondamentali come specificato nell’Articolo II, Sezione 1 della Costituzione degli Stati Uniti:

  • avere compiuto 35 anni di età;
  • essere cittadino americano sin dalla nascita;
  • avere la residenza negli Stati Uniti da almeno 14 anni.

Il mandato del presidente e del vicepresidente dura 4 anni e si può essere rieletti soltanto una volta. Dunque, al massimo si possono avere due mandati in totale. Nell’eventualità di morte improvvisa o dimissioni spontanee del presidente, il vicepresidente prenderà il suo posto fino alla fine dell’incarico.

Il presidente americano ha anche altri doveri in ambito giudiziario. Per esempio, è incaricato di nominare i 9 giudici che compongono la Corte Suprema degli Stati Uniti.

In aggiunta, può mettere il veto alle proposte di legge da approvare al Congresso. In questi casi la proposta ritorna di nuovo al voto delle camere e i membri possono eventualmente cercare di aggirare il veto presidenziale con il voto a scrutinio palese e la maggioranza dei 2/3 dei votanti.

Chi può votare negli Stati Uniti

Dal 1965, con l’approvazione del Voting Rights Act, il diritto di voto negli Stati Uniti è stato reso effettivamente universale ed esteso a tutta la popolazione, compresi gli afroamericani.

Oggi possono votare tutti i cittadini del Paese che abbiano compiuto la maggiore età, i 18 anni. Invece fino al 1971 il voto era consentito solo alle persone dai 21 anni in su.

I cittadini dei vari Stati federali possono poi eleggere i propri rappresentati al Congresso. Sono esclusi gli abitanti del distretto di Columbia e dei territori formalmente non annessi come Isole Vergini Americane, Isole Marianne Settentrionali, Porto Rico e Guam.

Il meccanismo di voto americano: il ruolo dei grandi elettori

elezioni americane

Il sistema elettorale americano come abbiamo accennato è definito come indiretto. Infatti, il presidente degli Stati Uniti non viene eletto direttamente dalla popolazione, ma è formalmente votato dai cosiddetti Grandi Elettori, che sono a loro volta scelti dai cittadini del loro rispettivo stato.

In altre parole, la popolazione di ciascuno stato vota per il candidato presidenziale (Democratico, Repubblicano o di altri partiti), ma ciò che determina il vincitore è il numero di grandi elettori che ogni candidato riesce ad assicurarsi. Ogni stato ha un numero di grandi elettori pari alla somma dei suoi rappresentanti alla Camera e dei suoi senatori, ad esclusione del Distretto di Columbia ha tre grandi elettori.

Inoltre, in quasi tutti gli stati, il sistema elettorale segue il principio del “Winner Takes All” (il vincitore prende tutto), dove il candidato che ottiene la maggioranza dei voti popolari in quello stato riceve tutti i voti elettorali dello stato.

Le uniche eccezioni sono rappresentate da Nebraska e Maine, che utilizzano un sistema misto, assegnando cioè alcuni dei loro grandi elettori in base ai risultati nei singoli distretti congressuali, mentre il resto viene assegnato al candidato che vince a livello statale.

I singoli Stati federali hanno diritto a un minimo di 2 grandi elettori ma la cifra in genere varia secondo la popolazione. Ad oggi a disporre del maggior numero di grandi elettori sono la California (54) e il Texas (40).

I grandi elettori sono in tutto 538 e sono determinati dal numero di deputati (435), senatori (100), più 3 elettori che rappresentano il Distretto di Columbia. Questi si riuniscono a Washington dopo le elezioni in un collegio speciale per esprimere il proprio voto in favore di uno dei due candidati.

Ma quindi chi sono questi Grandi Elettori?

I grandi elettori sono selezionati dai partiti politici di ciascuno stato. Per diventare grandi elettori, una persona deve essere un attivista, un funzionario eletto o una persona influente all’interno del partito.

Una volta nominati, i grandi elettori hanno il compito specifico di votare per il presidente e il vicepresidente in base ai risultati delle elezioni popolari nel loro stato. Non hanno altri compiti particolari nella politica americana oltre al loro ruolo nel Collegio Elettorale. Il loro voto è generalmente una formalità, confermando i risultati delle elezioni statali.

Quanti sono i Grandi Elettori per ogni stato

Ecco la suddivisione dei Grandi Elettori di ogni stato americano nel 2024:

  1. California – 54
  2. Texas – 40
  3. Florida – 30
  4. New York – 28
  5. Pennsylvania – 19
  6. Illinois – 19
  7. Ohio – 17
  8. Georgia – 16
  9. Michigan – 15
  10. North Carolina – 15
  11. New Jersey – 14
  12. Virginia – 13
  13. Washington – 12
  14. Arizona – 11
  15. Indiana – 11
  16. Massachusetts – 11
  17. Tennessee – 11
  18. Maryland – 10
  19. Minnesota – 10
  20. Missouri – 10
  21. Wisconsin – 10
  22. Alabama – 9
  23. Colorado – 9
  24. South Carolina – 9
  25. Kentucky – 8
  26. Louisiana – 8
  27. Oregon – 8
  28. Connecticut – 7
  29. Oklahoma – 7
  30. Arkansas – 6
  31. Iowa – 6
  32. Kansas – 6
  33. Mississippi – 6
  34. Nevada – 6
  35. Nebraska – 5
  36. New Mexico – 5
  37. West Virginia – 5
  38. Hawaii – 4
  39. Idaho – 4
  40. Maine – 4
  41. New Hampshire – 4
  42. Rhode Island – 4
  43. Alaska – 3
  44. Delaware – 3
  45. District of Columbia – 3
  46. Montana – 3
  47. North Dakota – 3
  48. South Dakota – 3
  49. Vermont – 3
  50. Wyoming – 3

Le fasi del voto negli Stati Uniti

Il giorno delle elezioni non è l’unica fase che concorre poi alla scelta finale del Presidente americano. Il sistema si basa su 3 momenti principali:

  • elezioni primarie
  • elezioni presidenziali
  • voto del collegio dei grandi elettori

Le elezioni primarie

Ma come vengono scelti i candidati alle elezioni presidenziali? Semplice, attraverso le elezioni primarie (o caucus) che portano alla nomination dei prescelti per il Partito Democratico e per il Partito Repubblicano.

Sebbene la Costituzione non citi espressamente questo tipo di elezioni queste però si svolgono nella stessa maniera da quasi un secolo. Durano in media 5 mesi, per concludersi di solito a giugno.

Durante questi mesi i candidati partecipano a una serie di comizi e dibattiti pubblici con l’obiettivo di convincere gli elettori a sostenerli. In queste occasioni, gli elettori votano per i loro candidati preferiti nelle elezioni primarie o nei caucus e i risultati di queste votazioni determinano la distribuzione dei delegati.

I delegati sono membri del partito che partecipano alla convention nazionale, dove si riuniscono per votare e nominare ufficialmente il candidato presidenziale che rappresenterà il partito alle elezioni presidenziali.

In linea generale, il processo delle primarie è particolarmente importante per il partito all’opposizione del presidente in carica (che spesso cerca la rielezione) e diventa cruciale anche per il partito al potere solo quando il presidente in carica ha terminato i suoi due mandati presidenziali, rendendo necessaria la selezione di un nuovo candidato.

Le elezioni primarie si tengono con modalità differenti a seconda dei vari Stati; alcuni stati utilizzano primarie aperte, dove qualsiasi elettore registrato può partecipare, mentre altri utilizzano primarie chiuse, riservate ai soli membri registrati del partito, in altri casi sono previste anche forme ibride dei due sistemi. I caucus, invece, sono riunioni locali pubbliche dove i partecipanti discutono e votano per i candidati.

Un momento cruciale di questo processo è sicuramente il Super Tuesday, un giorno in cui un gran numero di stati tiene le proprie elezioni primarie simultaneamente. Questo evento cade sempre di martedì (da qui il nome) e può avere un impatto significativo sulla corsa alla nomination, poiché coinvolge un numero elevato di delegati.

Le elezioni presidenziali

Il giorno delle elezioni presidenziali, l’Election Day, cade ogni 4 anni in una data sempre diversa del mese di novembre. La data non è stata imposta dalla Costituzione americana ma da una legge federale del 1845 che stabiliva che le elezioni dovevano avvenire il martedì successivo al primo lunedì di novembre. Ciò avviene per evitare di andare alle urne il 1 novembre che è un giorno festivo.

La scelta del giorno era legata al fatto che nell’Ottocento gli elettori erano per lo più maschi lavoratori, costretti a spostarsi e viaggiare per raggiungere i seggi nel villaggio più vicino. Lontano dal week-end e dai giorni del mercato, il martedì era quindi la giornata ideale per muoversi nell’America rurale del XIX secolo.

La data unica per tutta la popolazione ha poi un significato simbolico in quanto era un momento di coesione della nazione nel quale tutti cittadini si riuniscono per dare un nuovo presidente agli Stati Uniti.

Le votazioni in alcuni casi aprono con settimane in anticipo per permettere agli americani all’estero di votare e per consentire il voto per posta. In ogni caso le procedure sono affidate ai consigli elettorali di ogni distretto cittadino che hanno il compito di garantire un equo svolgimento delle elezioni senza brogli e manomissioni.

Alle elezioni presidenziali americane possono concorrere i candidati dei due partiti principali, ma ci sono anche candidati indipendenti che partecipano senza l’appoggio di alcun partito. Fino ad oggi, solo un presidente, George Washington, è stato eletto senza affiliazione a un partito politico.

Il voto del collegio dei Grandi Elettori

Una volta concluso l’Election Day, i voti espressi dai cittadini determinano come vengono assegnati i grandi elettori tra i candidati alla presidenza. Il candidato che ottiene almeno 270 voti elettorali diventa il nuovo presidente degli Stati Uniti.

I grandi elettori si riuniscono nel Collegio Elettorale degli Stati Uniti d’America nelle rispettive capitali dei loro stati il lunedì seguente al secondo mercoledì di dicembre. In questa riunione formale, esprimono i loro voti per presidente e vicepresidente.

Prima della riunione del Collegio Elettorale, i grandi elettori hanno generalmente già espresso pubblicamente la loro preferenza per un candidato, basandosi sui risultati delle elezioni popolari nel loro stato. Tuttavia, in alcuni stati, i grandi elettori sono legalmente vincolati a votare in linea con i risultati del voto popolare, mentre in altri stati possono, per legge, cambiare idea. Nella pratica, questo accade molto raramente, rendendo l’esito del voto del Collegio Elettorale in gran parte prevedibile.

La votazione avviene a scrutinio segreto. I risultati vengono quindi certificati e inviati al Presidente del Senato (che è il vicepresidente degli Stati Uniti) entro nove giorni. Il conteggio ufficiale dei voti elettorali avviene durante una sessione congiunta del Congresso il 6 gennaio.

Il nuovo presidente degli Stati Uniti presta giuramento e assume ufficialmente la carica il 20 gennaio, durante la cerimonia di insediamento.

Lo scenario 1824

L’elezione presidenziale del 1824 negli Stati Uniti è stata un evento storico unico; in quell’anno infatti nessun candidato riuscì a ottenere la maggioranza dei voti elettorali necessari per diventare presidente, portando a un risultato controverso e una decisione finale presa dalla Camera dei Rappresentanti.

In quella tornata elettorale erano ben quattro i principali candidati alla presidenza: John Quincy Adams, Andrew Jackson, William H. Crawford e Henry Clay. Sebbene Andrew Jackson avesse ricevuto il maggior numero di voti elettorali e popolari, non riuscì a ottenere la maggioranza assoluta di 131 voti elettorali su 261. Jackson ottenne infatti 99 voti elettorali, Adams 84, Crawford 41 e Clay 37.

Secondo il Dodicesimo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, se nessun candidato ottiene la maggioranza dei voti elettorali, la decisione passa alla Camera dei Rappresentanti, che sceglie il presidente tra i primi tre candidati con il maggior numero di voti elettorali.

[…] Se nessuno raggiungesse tale maggioranza, la Camera dei Rappresentanti sceglierà immediatamente il Presidente, per scrutinio segreto fra i tre candidati che avranno ottenuto per la Presidenza il maggior numero di voti. Ma, in questa scelta del Presidente, i voti si conteranno per Stato, avendo la rappresentanza di ciascuno Stato un solo voto. Il numero legale per questo scrutinio sarà costituito dalla rappresentanza di due terzi degli Stati, composta di uno o più membri, e la maggioranza di tutti gli Stati sarà necessaria per la scelta.

XII Emendamento della Costituzione Americana

Dopo intense negoziazioni e influenze politiche, John Quincy Adams fu eletto presidente, nonostante avesse ottenuto meno voti popolari e elettorali rispetto a Jackson.

John Quincy Adams ottenne infatti il voto di 13 stati, contro i 7 di Jackson e i 4 di Crawford. Henry Clay, che era stato eliminato dalla contesa, appoggiò Adams e fu successivamente nominato Segretario di Stato.

Questa elezione passo quindi alla storia come quella del corrupt bargain i sostenitori di Jackson infatti affermarono che Clay avesse utilizzato la sua influenza per garantire l’elezione di Adams in cambio della prestigiosa nomina.

Andiamo quindi ad analizzare nel dettaglio quello che succederebbe in caso di “pareggio” fra i candidati.

Misure Costituzionali per gestire situazioni simili

Come abbiamo visto è il dodicesimo emendamento costituzionale a stabilire le pratiche da adottare in caso di stallo fra candidati.

  • Se nessun candidato alla presidenza ottiene la maggioranza assoluta dei voti elettorali (270 su 538), la Camera dei Rappresentanti sceglie il presidente tra i primi tre candidati con il maggior numero di voti elettorali. Ogni delegazione statale nella Camera ha un solo voto e il candidato deve ottenere la maggioranza dei voti degli Stati (almeno 26 su 50)​.
  • Se nessun candidato alla vicepresidenza ottiene la maggioranza, il Senato sceglie il vicepresidente tra i primi due candidati con il maggior numero di voti elettorali. Ogni senatore ha un voto e il candidato deve ottenere la maggioranza dei voti dei senatori (almeno 51 su 100)​.

la Costituzione prevede quindi che il Vicepresidente eletto diventi presidente ad interim se la Camera non riesce a eleggere un presidente entro il termine stabilito.

[…] Se la Camera dei Rappresentanti non sceglierà, il Presidente, allorché questa scelta le sia devoluta, prima del quarto giorno del seguente mese di marzo, il Vicepresidente fungerà da Presidente, come nel caso di decesso o d’altra incapacità costituzionale del Presidente.

XII Emendamento della Costituzione Americana

Un sistema elettorale fonte di polemiche

È abbastanza evidente come la struttura elettorale americana possa essere percepita come molto elaborata e di difficile interpretazione.

Da anni nel Paese ci sono dibattiti sempre più aspri sulla funzionalità di questo tipo di sistema elettorale soprattutto perché esiste la possibilità che un candidato con la maggioranza assoluta dei voti alla fine non riesca ad essere eletto. Ci sono stati infatti cinque casi nella storia degli Stati Uniti: Adams (1924), Hayes (1876), Harrison (1888), Bush (2000), Trump (2017).

Andiamo ad analizzare più nel dettaglio queste elezioni particolari

  • John Quincy Adams (1824): si tratta del caso particolare che abbiamo descritto nel paragrafo precedente, ovvero l’elezione passata alla storia come quella del corrupt bargain.
  • Rutherford B. Hayes (1876): in questa elezione si confrontarono in Repubblicano Hayes contro il Democratico Samuel J. Tilden che ottenne la maggioranza dei voti popolari. Tuttavia vi furono contestazioni in quattro stati, che portarono alla creazione di una commissione elettorale speciale che assegnò tutti i voti elettorali contestati a Hayes, che alla fine vinse con 185 voti elettorali contro i 184 di Tilden.
  • Benjamin Harrison (1888): nell’elezione del 1888, il presidente Democratico in carica Grover Cleveland affrontò il Repubblicano Benjamin Harrison. Cleveland vinse il voto popolare, ma Harrison vinse il voto elettorale con un margine significativo grazie alla vittoria in diversi stati chiave con alto numero di grandi elettori. Harrison ottenne 233 voti elettorali contro i 168 di Cleveland.
  • George W. Bush (2000): l’elezione tra il Repubblicano George W. Bush e il Democratico Al Gore è una delle più controverse della storia recente. Gore ottenne circa 500.000 voti popolari in più rispetto a Bush. Tuttavia, la vittoria elettorale dipendeva dai 25 voti elettorali della Florida. Dopo un estenuante processo di riconteggio e una decisione della Corte Suprema (Bush v. Gore), Bush fu dichiarato vincitore in Florida con un margine estremamente ridotto (537 voti su un totale di circa 6 milioni di voti espressi nello stato), ottenendo così 271 voti elettorali contro i 266 di Gore.
  • Donald J. Trump (2016): le elezioni del 2016 videro contrapposti il Repubblicano Donald Trump alla Democratica Hillary Clinton che vinse il voto popolare con circa 2,9 milioni di voti in più rispetto allo sfidante. Tuttavia, Trump vinse il voto elettorale con 304 voti contro i 227 di Clinton, grazie alle vittorie in diversi stati chiave come Michigan, Pennsylvania e Wisconsin.

Le origini di questo sono da ricercarsi nella volontà di riequilibrare il peso dei vari Stati federali ed evitare che quelli più popolosi abbiano una rilevanza politica tale da annullare le “voci” degli stati con meno abitanti.


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