In questo diario di viaggio esploreremo città iconiche, isole incontaminate e campi di battaglia, l’America dei grattacieli e della Guerra Civile.
Vengo da una tradizione legata all’on the road: si prenota il volo, il primo albergo per dare un indirizzo all’ESTA e stop. Questa vacanza è stata organizzata al contrario, prenotando tutto, gestendo al meglio i tempi e andando incontro alle esigenze di madre mediamente apprensiva per il primo viaggio transoceanico del figlio di 2 anni.
Volevo avere tutto sotto controllo, e oggi posso dirlo, è andato tutto liscio, anzi.
Indice
- 15 settembre: Volo MXP-JFK, l’arrivo a Flushing.
- 16 settembre: Lower Manhattan, Statua della Libertà & Ellis Island, 9/11 Memorial, Brooklyn Bridge, Dumbo.
- 17 settembre: da Downtown a Midtown, una passeggiata fra Chelsea e il Greenwich Village.
- 18 settembre: Upper West Side, gli alberi di Central Park e i grattacieli Decò del Rockefeller Center.
- 19 settembre: dall’Empire State al Keystone State, viaggio in Pennsylvania.
- 20 settembre: da Harrisburg a Ronks attraverso i covered Bridges.
- 21 settembre: Lancaster County, alla scoperta delle comunità Amish.
- 22 settembre: da Gettysburg in Virginia attraverso la Mason-Dixon Line.
- 23 settembre: Washington D.C., E Pluribus Unum.
- 24 settembre: Il fascino coloniale di Orange County.
- 25 settembre: dalla capitale Richmond alle lagune di Chincoteague Island.
- 26 settembre: i pony selvaggi e il paesaggio incontaminato di Assateague Island.
- 27 settembre: senza meta a Chincoteague e Black Point Landing.
- 28 settembre: risalendo il Delmarva verso il New Jersey.
- 29 settembre: Volo JFK-MPX, è ora di tornare.
15 settembre: Volo MXP-JFK, l’arrivo a Flushing.
Abitiamo a Bologna, e per questo viaggio abbiamo considerato l’opportunità di parcheggiare vicino all’Aeroporto di Malpensa per goderci il volo diretto. Scelta rilevatasi davvero vincente, le navette sono veloci e volare con Emirates ha sempre quel piccolo tocco di lusso in più che per chi viaggia in economy può essere una non così amara consolazione.
Arriviamo al Terminal 4 del John F. Kennedy International Airport alle 7 di sera. Il pericolo della lunga fila ai controlli, in special modo con un bimbo di 2 anni, rappresentava una delle incognite più fastidiose, per l’occasione decisi di armarmi per tempo e scaricami l’app MPC. Poco dopo lo sbarco, ancora prima di pormi il problema, una guardia ci intercetta e ci indica il modo di saltare tutta la fila. Favoloso.
Eccoci tutti e tre, due valigie enormi, zaini e passeggino, saliamo sulla prima di tre linee di metro che ci portano dalla parte opposta di Long Island, a nord del Queens: Flushing Meadows. Una mirabolante ora di viaggio, lanciati nella Grande Mela: a tratti molto facile, a tratti una tragicommedia nel gestire le valigie e il passeggino in zone senza ascensore, ma si può sempre contare nella cortesia di qualche passante, agente o artista di strada.
In questo senso ho vissuto una New York ben visitabile e vivibile, sicurezza in ogni angolo, di giorno come di sera, con tutte le accortezze si gira davvero in serenità (la cautela è fondamentale sempre, ma non è più la New York famigerata degli anni Ottanta).
Arriviamo al Marco LaGuardia Hotel, perché a Flushing? Perché nelle vicinanze di Manhattan il pernottamento era davvero fuori portata, e perché in realtà mi piace un sacco vivere più in profondità luoghi e persone di periferia. Albergo discreto, lo standard americano che mi mette sempre una certa tranquillità: 2 letti queen, finestre enormi, bollitore e ferro da stiro (indispensabile), metratura ampia, ronzio del condizionatore e moquette, pace dei sensi.
16 settembre: Lower Manhattan, Statua della Libertà & Ellis Island, 9/11 Memorial, Brooklyn Bridge, Dumbo.

La colazione è internazionale classica, basica e necessaria. Usciamo in strada: 27 etnie diverse ci sfiorano senza neanche vederci, mercati sofisticati e scatoloni arrangiati sul marciapiede con frutta sconosciuta spiegata da ideogrammi, odore di curry e ciambelle fritte, anatre appese e negozi di tulle rosa, in un angolo sei in Corea, in quello dopo in qualche strano borgo est-europeo, strepitoso.
Questa parte del Queens è considerata la Chinatown di New York, vale la visita in quanto zona non ancora troppo addomesticata dalla rivalutazione e riqualificazione urbana. Premetto: organizzare 4 giorni scarsi a New York è stato davvero difficoltoso, c’è troppo da vedere. In modo sofferto ho fatto una piccolissima selezione, di must e di ossessioni personali.
La scelta del Pass di New York per le attrazioni è stata davvero vincente, utile ed economico: utile perché si possono prenotare biglietti di ingresso in ogni momento (tramite app), valutando gli affollamenti nelle fasce orarie, ed economico perché conviene sempre anche visitando poche attrazioni.
Prendiamo ogni mattina la metro 7, la purple line in un’ora ci porta a Manhattan (è fattibile, credevo fosse più stancante).
Arriviamo a Battery Park, pronti per il tour Statua della Libertà & Ellis Island.
Alzo la testa per la prima volta e realizzo di essere a New York, i palazzi sono alti, certo, e il camioncino degli hotdog rispetto ai telefilm degli anni Novanta si è customizzato, ma il vero primo brivido arriva da Miss Liberty, la vedo, è in fondo all’orizzonte, piccola ma definibile, è lei, bellissima. Io soffro il mal di mare e galleggiare su una barchetta in mezzo all’Hudson River non è stato piacevole, malessere immediatamente placato dallo skyline di New York. Il punto di vista dall’acqua è davvero suggestivo, allontanandosi, la città si materializza nella sua maestosità.
L’isoletta su cui appoggiano le 250 tonnellate della Statua della Libertà, è piccola e girabile in poco tempo, diverso se magari si decidesse di visitare il Colosso all’interno (scelta scartata date le tempistiche di resistenza di un bimbo).
Ellis Island gode di una dimensione maggiore, ma tutta l’attenzione viene risucchiata dal museo, senza il tempo e il modo di bighellonare troppo in giro. Entriamo nell’edificio principale di mattoni rossi, la Registry Room è alta 20 metri.
All’inizio del Novecento questo stabile accoglieva e tentava di gestire milioni e milioni di immigrati, ora accoglie e gestisce milioni e milioni di visitatori da tutto il mondo, nel tentativo di trasmettere la storia umana e disumana dell’immigrazione.
Da italiani non si resta impassibili davanti al grande impatto avuto dai nostri connazionali a scrivere quelle pagine di storia. Dilungarsi sul museo e sulla storia dei cimeli ed effetti personali che popolano l’esposizione diventerebbe eccessivo, mi limito a consigliarne la visita. Torniamo sulla terra ferma, nonostante il grande e continuo affollamento di persone, concordiamo sul fatto che ne sia valsa totalmente la pena.
Decidiamo di dirigerci verso il Financial District, risaliamo la Broadway verso l’imponente Wall Street, ma camminando l’attenzione si ferma su un numeroso gruppo di persone intenta ad ascoltare un pompiere, fuori da una stazione della FDNY, qualche passo dopo capisco di che stazione si tratta e in che punto mi trovavo, Ground Zero. Inutile parlare dell’impatto di quegli eventi sulla città e sul mondo intero.
Le piscine nere riescono ad esprimere bene quel senso di assenza, il vuoto e la voragine, ma la Freedom Tower risplende, e New York risorge. Pranziamo allo Shake Shack al Fulton Transit, hamburger buono, prezzo oltre la media (come tutto purtroppo).
Visitiamo il 9/11 Memorial & Museum, lo spazio espositivo si sviluppa sottoterra, tra le fondamenta delle Torri Gemelle. Posso assicurarne l’enormità fisica e psicologica, una ricostruzione che non lascia indifferenti: un’autobotte dei pompieri divorata per metà, enormi travi d’acciaio contorte piegate come caramelle, uno straziante puzzle di effetti personali. Museo consigliatissimo, nudo, crudele e di grandissimo impatto.
Ci incamminiamo verso un’altra grande icona: il Ponte di Brooklyn. Lungo la strada, l’African Burial Ground National Monument è sicuramente un luogo degno di nota e di sosta. Percorriamo la Centre St, in direzione Five Points. Consapevole del fatto che i bassifondi di Mulberry Street non esistano più, mi faccio trascinare da una curiosità più forte. Questa zona mi ha da sempre suscitato un grande interesse, sia grazie a “Gangs of New York” di Scorsese, sia grazie alle fotografie in bianco e nero di fine Ottocento di Jacob Riis (fotografo incredibile, amico personale di Teddy Roosevelt, scoperto durante un viaggio in Danimarca).
Di quelle strade buie e maleodoranti non è rimasto nulla (per fortuna), oggi questo nodo fra Little Italy e Chinatown ospita un parchetto, qualche locale e numerose agenzie funebri cinesi.
Mi rendo conto di ricercare la targhetta in molti luoghi, quel classico pezzo di ferro che ricordi ai passanti “qui è successo qualcosa”. Gli americani non sono sempre sensazionalisti, molte volte per circostanze o volontà i luoghi restano anonimi.
Pochi passi dopo ci troviamo davanti all’entrata del mitico ponte al confine col quartiere di Brooklyn. Da un lato bello e suggestivo, abbiamo avuto la fortuna di attraversarlo durante il tramonto, dall’altro, forse anche per questo motivo, orde di persone intente a fare foto, che hanno reso l’attraversamento non così romantico.
Eccoci a Brooklyn, più precisamente a Dumbo (acronimo di Down Under the Manhattan Bridge Overpass ovvero “sotto il ponte di Manhattan”, che sbuca nelle iconiche viste fra i palazzi di “C’era una volta in America”). In questo quartiere, come in tanti altri, i vecchi magazzini e le fabbriche hanno lasciato il posto a boutiques, gallerie d’arte e negozi biologici, tutto molto carino e curato.
Prendiamo una birra e raggiungiamo la stazione della metro più vicina.
Tornati a Flushing, stanchi, decidiamo per quella che diventerà l’abitudine newyorkese: prendere la pizza da asporto di Lucia Pizza, davvero buona.
17 settembre: da Downtown a Midtown, una passeggiata fra Chelsea e il Greenwich Village.

Dopo un caffè ordinato sbagliato da Starbucks, siamo pronti per la High Line. Lungo percorso pedonale nato da una linea ferroviaria dismessa nel 1980, questo parco sopraelevato lo considero un ottimo esempio di riqualificazione urbana, merita anche solo percorrere qualche isolato per godersi una passeggiata in mezzo al verde e ad ogni tipo di architettura. Scendiamo dalla High Line all’altezza del Chelsea Market e ci dirigiamo verso il Greenwich Village.
Ammetto, oltre a godere della tranquillità e la bellezza di questo quartiere, sono andata dritta a Perry St, davanti alla casa di Carrie Bradshaw di Sex and the City (oltre a noi, ovviamente, un’altra coppia di italiani). Non ancora soddisfatta nella ricerca dei luoghi del cuore, facciamo un paio di miglia attraversando Washington Square Park e la zona di Noho, per arrivare nell’East Village.
Atmosfera più hippie e colorata rispetto il West Village più sofisticato, i palazzi di mattoni con le scale antincendio sulla facciata restano una delle mie attrazioni preferite (sfondo di mille puntate di Friends).
Ci troviamo al Trompkins Square Park per un unico motivo: il murales di Joe Strummer, per molti (me inclusa) meta di pellegrinaggio. Pranziamo nel famosissimo e affollatissimo Katz’s Delicatessen, un simpatico cartello ricorda ai clienti l’esatto tavolo in cui Meg Ryan simula l’orgasmo in “Harry, ti presento Sally…”. La cosa che ho apprezzato di più, purtroppo non è stato il cibo, ma il muro tappezzato di migliaia di foto di ospiti del locale, conduttori di talk show e l’intero cast di Law and Order. Smaltiamo il pastrami condividendo un area playground con le famiglie del luogo, umane e scoiattoli.
Continuiamo il giro verso il Flatiron Building, lungo la strada, oltre i numerosi murales, ammiriamo i mosaici di Jim Power, senzatetto e veterano del Vietnam, diventato famoso rivestendo i lampioni della città con materiali di ogni tipo, creando vere opere d’arte. Arrivati a Union Square, snodo caotico e sovrastato dall’inquietante Climate Clock, decidiamo di attraversarlo soltanto.
Purtroppo arrivati sotto il Flatiron Building, l’iconico grattacielo di oltre un secolo, realizziamo amaramente di non riuscire a vederne le pareti a causa dell’impalcatura per il restauro, peccato (ma per fortuna per il mantenimento). Dal Flatiron imbocchiamo la 23ima strada, verso il leggendario Chelsea Hotel, qualche decina di foto e minuti di contemplazione dopo, siamo pronti per Times Square.
Percorrendo la 7ima strada superiamo l’entrata del Madison Square Garden e i Magazzini Macy’s.
La zona di Broadway e Times Square stordiscono piacevolmente, le luci, gli schermi, i suoni, si sale su una grande giostra dalla quale dopo un po’ si scende volentieri. In questo circo a cielo aperto ricordo di essere stata attratta maggiormente da quella piccola sfera usata per il countdown di fine anno, the Mirror Ball, immaginata grande e imponente, in realtà nel contesto risulta piccola e marginale. Curioso è vedere come imponenti cattedrali gotiche vengano strizzate in mezzo a grattacieli di vetro e maxischermi, creando un contrasto davvero divertente e surreale.
Risaliamo la lussuosa 6a strada in direzione Central Park, durante il tragitto una deviazione sulla 5a per un’occhiata alla St Patrick’s Cathedral, bellissima cattedrale che esalta al massimo il contrasto col resto degli edifici. Prima della sosta voglio concedermi ancora una cosa: lo Studio 54, ma anche qui, poco ricorda e poco rimane, oggi ospita la sede di una compagnia di teatro.
Sempre in tema, poco distante, superiamo la Carnagie Hall e il suo fascino retrò. Entriamo a Central Park a goderci gli ultimi istanti del tramonto, ceniamo al P. McDaid’s Irish Pub sulla 7ima strada (purtroppo le scelte alimentari vengono fatte goffamente nel tentativo di alimentare un bimbo, alternando supermercato e ristoranti improbabili).
18 settembre: Upper West Side, gli alberi di Central Park e i grattacieli Decò del Rockefeller Center.

Ricominciamo il tour dove l’avevamo lasciato il giorno prima, decidiamo di scendere a Times Square, ripercorrere la Broadway fino all’entrata di Central Park su Columbus Circle. Usiamo qualche ora per gironzolare senza meta fra i campi da gioco del parco, seguiamo i sentieri e arriviamo sulle sponde di “the lake”, (più che lago direi “grande stagno”), il paesaggio circostante è davvero rilassante e sconfinato.
Resto un po’ delusa da “Strawberry Fields” un tentativo di omaggio apprezzato, ma fin troppo tirato, non ai Beatles, ma all’omicidio di John Lennon, il confine non esiste. Ed anche in questo caso, non esiste nessuna targa, nessuna piccola scritta, nessun segno fuori dal Dakota Hotel, peccato.
Decidiamo un giro verso l’Hudson, passando da Lincoln Square, superiamo gli studi della ABC, i bellissimi e monumentali palazzi decò, e ci ritroviamo ad Hell’s Kitchen. Non so se attratti dal nome del quartiere o semplicemente dall’orario, scegliamo un bistrot stile “whole food” dove fermarci per pranzo. Hell’s Kitchen fra otto e novecento si contese la reputazione di famigerato slum irlandese insieme a Five Points. Giriamo senza una meta precisa godendoci il quartiere e qualche parco giochi per mettere tutti d’accordo.
Il pomeriggio lo dedichiamo al Rockefeller Center, fra tutti grattacieli ho optato per il panorama da Top of the Rock, con l’intenzione di avere una delle migliori prospettive dell’Empire State Building. Visita organizzata come nella maggior parte dei grattacieli, dove ci aspetta la prima parte di storia interattiva (con tanto di finti fiocchi di neve) per poi salire sui vertiginosi ascensori che macinano decine di piani in pochi secondi.
Top of the Rock ci ha donato una bellissima esperienza, il GE Building è più basso e meno inflazionato rispetto ai suoi simili, regalandoci un afflusso di gente decisamente minore e la prospettiva frontale offre la possibilità di un’ottima visione dei grattacieli più iconici e storici. Setacciamo la zona intorno al Rockefeller Plaza: uno sguardo veloce a quello strano prometeo dorato, gli studi dell’NBC e le bellissime luci al neon della Radio City Music Hall.
Per gli amanti del genere consiglio vivamente il Rough Trade, negozio di dischi, dove, anche in questa occasione, ho perso decine di minuti a cercare personalità della musica fra le foto dei clienti attaccate al muro (vale davvero la pena). Anche questa giornata si conclude con birra e pizza sulla strada del ritorno a Flushing.
19 settembre: dall’Empire State al Keystone State, viaggio in Pennsylvania.

È giunto il momento di lasciare la sfavillante New York per le tranquille campagne del Quaker State, la Pennsylvania. Il ritiro della macchina a noleggio al JFK è stato organizzato considerando l’orario della riconsegna al ritorno per non incappare in qualche maggiorazione.
Altra premura che consiglio è farsi dotare dall’agenzia di noleggio auto di Toll Pass, dispositivo elettronico per pagare i pedaggi in autostrada (questa zona in particolare ha diversi ponti e strade a pagamento). Una volta ritirata l’auto, in tempi mediamente lunghi, siamo on the road.
Attraversiamo Staten Island, e facciamo un paio deviazioni in New Jersey, una sbagliando strada, l’altra nel tentativo di trovare un posto per mangiare qualcosa. Nelle tre ore di viaggio verso Harrisburg il paesaggio cambia gradualmente, il numero di auto e di corsie si riduce, le grandi fabbriche lasciano il posto a capannoni agricoli, i segnali stradali man mano vengono sostituiti da file di cassette della posta lungo i vialetti, e il sole inizia a calare.
Alloggiamo una notte al Country Inn & Suites by Radddison, hotel standard e accogliente. Per la cena cediamo ad un altro pub sportivo, il P.J. Whelihan’s, ampia la scelta dei piatti e notevole l’attenzione nei confronti del piccolo.
20 settembre: da Harrisburg a Ronks attraverso i covered Bridges.

Dedichiamo la mattinata al National Civil War Museum, costruito nel 2001 da un’organizzazione senza scopo di lucro, sorge in cima ad una collina alle porte di Harrisburg. L’edificio è in mattoni rossi, su due piani, la pavimentazione esterna riporta incisioni relative al contingente umano che ha servito e ha perito durante la Guerra Civile, suddivise per tutti e 50 gli stati.
All’ingresso ci accoglie la classica maestosa scalinata in stile antebellum del Sud, e un gruppo di donne di mezz’età intente ad appendere stendardi rossi, bianchi e blu. L’esposizione è gestita davvero bene, gli ambienti sono molto grandi con ricostruzioni in scala di scene di guerra (e di amputazione).
Il museo possiede una collezione di oltre 24.000 manufatti di ogni tipo e gusto (a tratti “macabro”). Riporto di seguito qualche esempio: ciocca di capelli di Lincoln, frammento dell’abito di sua moglie la notte dell’assassinio, telegramma originale che ordinava l’arresto di J.W. Booth, catene provenienti dalla tratta degli schiavi, mappe originali del Generale Lee fino a indumenti di sottoufficiali sporchi di sangue.
La collezione è così varia ed interessante che consiglio la visita non solo agli appassionati di storia americana. Lasciamo Harrisburg diretti a Ronks per raggiungere il prossimo alloggio. All’epoca dell’organizzazione dell’itinerario decisi di utilizzare questo tragitto per inserire un tour dei Covered Bridges della Pennsylvania.
Lavorai su due opzioni: un giro di 8 ponti coperti (2 ore) oppure 4 ponti (1 ora). Decidiamo per la versione ridotta, e consiglio questa direzione, in quanto, forse due ore rischiavano di essere eccessive (nonostante i Covered Bridges abbiano un grandissimo fascino). Allontanandoci da Harrisburg passiamo accanto alla tristemente famosa Three Mile Island.
L’itinerario, di circa un’oretta, comprende in successione:
- Herr’s Mill Covered Bridge
- Kauffman’s Distillery Covered Bridge
- Zook’s Mill Covered Bridge
- L’Hunsecker’s Mill Covered Bridge
Ho un ricordo davvero bellissimo di questo tour in macchina fra le campagne della Dutch Country I paesaggi sono una cartolina: piccole comunità agricole, stalle rosse, staccionate bianche, stagnetti e salici piangenti, a fine settembre le zucche e le decorazioni di Halloween rendono il tutto ancora più irresistibile.
Fermiamo l’auto nell’istante in cui realizziamo di essere dentro alla comunità Amish della Pennsylvania: i campi vengono arati coi cavalli, persone di ogni età girano in piccoli calessi (buggy), tutti vestiti allo stesso modo, lunghe file di foglie di tabacco stese ad essiccare e lunghe file di abiti identici stesi ad asciugare. Molti di noi conoscono le caratteristiche della comunità Amish, ma vederle dal vivo a convivere in modo così naturale con pickup enormi, ha fatto davvero un grande effetto.
Come in certe situazioni riguardanti i nativi, rifuggo sempre dai pacchetti per turisti che vendono “giri in buggy col vecchio zio Abe”, è più forte di me. L’arrivo al Red Caboose Motel è stato ancora più da cartolina, favoloso. Un vecchio e coloratissimo treno della Pennsylvania Railroad si allunga in questa piccola collina, ogni vagone funge da stanza del motel (al nostro arrivo troviamo: bibbia aperta e piccolo sermone di benvenuto scritto a mano dallo staff).
Io stra-consiglio questo posto, curato in ogni minimo dettaglio, abbiamo vissuto un’esperienza davvero unica, da film (completo di adorabili animaletti da fattoria, per la gioia di mio figlio). Avendo trascurato il pranzo con pseudo-alimenti comprati al supermercato, decidiamo di concederci una cena più sostanziosa al ristorante del motel.
La giornata si conclude contemplando dal portico di legno un’altra scena a dir poco bucolica: un dedalo di bandierine a stelle e strisce sventolano all’arrivo del treno a vapore che appare dietro una coltre di fumo. E la vecchia radio suona “Calling You” di Hank Williams.
21 settembre: Lancaster County, alla scoperta delle comunità Amish.

L’itinerario originale per la giornata prevedeva una gita a Philadelphia, ma incantati e incuriositi dalla realtà che ci circonda, decidiamo di goderci un altro giorno fra gli adorabili paesini sparsi sui tratti della vecchia Lincoln road. Tutta la zona ad est di Lancaster sembra sospesa nel tempo, magica. I paesi visitati di cui consiglio anche solo un veloce giro sono: Bird-in-hand, Strasburg (dedicata ai treni a vapore), Paradise e Intercourse.
Prima tappa della giornata è la Barry’s Car Barn, museo di auto d’epoca e muscle car dagli anni Cinquanta ai Settanta, non sono un’appassionata di motori come il mio compagno, ma credo di averlo apprezzato più io di lui! Tantissimi modelli iconici dentro ad un altrettanto iconico capannone bianco tappezzato di targhe, cerchioni e gadget industrial di ogni tipo ed era. Davvero meritevole.
Poco lontano da Intercourse, ci dirigiamo al Kitchen Kettle Village, nato nel 1954, oggi è diventata una tappa più patinata, sebbene mantenga comunque il fascino di piccolo agglomerato di negozietti di legno brulicanti di prodotti contadini (qui ho mangiato i popcorn più buoni della mia vita). Optiamo per un pranzo a Lancaster, ma lungo la strada, ancora una volta, decidiamo una sosta improvvisata attratti da un’asta amish arrangiata in mezzo ad un campo di grano turco.
Resto abbagliata dal parcheggio: un recinto dove una dozzina di cavalli pascola tranquilla e calessi appoggiati uno vicino all’altro, dall’altra parte della strada: suv e Harley Davidson. La cantilena del banditore ipnotizza, impossibile decifrarla, impossibile resistere alla curiosità di infilarsi sempre più in mezzo alla folla. Fra i prodotti contesi: alberelli, piante, mobilio da giardino e ogni genere di attrezzatura fatta a mano. Esperienza davvero affascinante e curiosa.
Situazione purtroppo non travata a Lancaster, cittadina nella media, nulla di davvero particolare o che ne valga la visita, fatta eccezione per il Mercato Amish, dove abbiamo trovato prodotti particolari e un mezzo pranzo gustoso.
Torniamo in Motel verso il tramonto, ci ricomponiamo, salutiamo il pony Stormy, e siamo pronti per la cena. Scegliamo il birrificio artigianale Bespoke Brewing, fra Ronks e Strasburg, birra buona, cibo discreto.
22 settembre: da Gettysburg in Virginia attraverso la Mason-Dixon Line.

Un’ora e mezza di strada ci separa dalla prossima tappa: Gettysburg, a malincuore salutiamo il Red Caboose Motel. Durante il tragitto organizzo una sosta per un’altra opera bizzarra, la Haines Shoe House, poco fuori East York. Casa a forma di scarpa costruita da un imprenditore di calzature nel 1948, ironica e surreale, vale la pena fare qualche miglio in più.
Il Gettysburg National Military Park ricopre un’area vastissima e dispersiva, ma, insieme a Vicksburg in Mississippi, rappresenta un pezzo di storia americana fondamentale. Consiglio di scaricare l’app NPS per orientarsi fra le varie zone che compongono l’ex campo di battaglia. Iniziamo la visita dal museo, paghiamo un prezzo scontato grazie ad un coupon ricevuto al museo della Guerra Civile di Harrisburg.
Museo davvero scenografico ed immersivo: un ciclorama interattivo ricrea la battaglia intorno a noi (i suoni degli spari sono così forti che dotano mio figlio di cuffie antirumore), film su maxischermo dei momenti più toccanti ed esposizione di oggetti finale. Commossi lasciamo il museo sulle note di “Glory glory hallelujah” cantata da vecchi reduci durante la Reunion di Gettysburg del 1913.
Saliamo in auto e iniziamo un giro fra le varie zone del campo: monumenti, statue, archi di trionfo, cannoni e ricostruzioni di barricate. Decido di spingermi fino alla statua (still standing) del Generale Robert E. Lee. Ultima fermata fondamentale: il Gettysburg National Cemetery, dove riposano 3500 soldati della Guerra Civile, nordisti e sudisti, 980 di loro sconosciuti. Qui, 4 mesi dopo la battaglia, il presidente Abraham Lincoln pronunciò il famoso Discorso di Gettysburg, consegnato alla storia grazie ai versi “(…) that government of the people, by the people, for the people, shall not perish from the earth”.
Luogo ancora oggi dotato di grandissima sacralità. Grazie all’abbondante colazione ci accontentiamo di un pranzo/merenda arrangiata ma calorica. Mancano tre ore di viaggio al prossimo hotel dove sosteremo qualche giorno in più, destinazione: Orange, nel cuore della Virginia ai piedi dello Shenandoah National Park. Superiamo la Mason-Dixon Line, attraversiamo un lembo del Maryland ed entriamo in Virginia.
Le tonde siepi della Pennsylvania spariscono, il paesaggio si infittisce di alberi più alti e bianche chiesette battiste. Arriviamo ad Orange, stanchi e prevedibili, non resistiamo ad una pizza da Mario’s (affezionandoci subito al proprietario sudamericano). Soggiorniamo al Round Hill Inn, e come già accennato dal nome, l’albergo si trova sulla cima di una collina, fascino da moquette datata, ma nel complesso carino e caratteristico.
23 settembre: Washington D.C., E Pluribus Unum.

Anticipo il grande azzardo nel gestire una città come Washington DC in un solo giorno. C’ho provato. Chiaramente da una giornata del genere se ne esce stanchi, ma ben soddisfatti, sebbene varrebbe la pena (come New York) tornarci e starci un po’. Un’ora e mezza di auto ci distanzia dalla capitale federale, ci mettiamo in viaggio presto, consapevoli ed eccitati. Una pioggerellina intermittente ci accompagnerà per tutta la giornata.
Decidiamo di parcheggiare nei pressi della Casa Bianca, scelta costosa ma funzionale. Iniziamo a camminare verso il National Mall, intorno a noi lo stile ordinato ed il fascino anglosassone visto in tante città europee, ma il materializzarsi della White House rende all’istante Washington diversa da tutte le altre.
Questi luoghi di storia e potere hanno sempre un certo effetto, anche il solo camminare sulla Pennsylvania Ave. Attraversiamo l’Ellipse diretti verso il pilastrone, meglio conosciuto come Washington Monument, costruito tra la Guerra Civile e il periodo della Restaurazione, con i suoi 170 metri rende omaggio al primo presidente degli Stati Uniti.
Arriviamo all’imponente World War II Memorial, ma in realtà ad impressionarmi di più è la Freedom Wall: un muro tappezzato da 4048 stelline dorate, dove ogni stella rappresenta CENTO americani morti o dispersi in guerra. Ci incamminiamo godendoci le grandissime piscine riflettenti, mentre il piccolo si dedica a rincorrere le innumerevoli anatre.
Altra deviazione importante: il Vietnam Veterans Memorial, nudo, crudo ed essenziale (gli americani sono secondi a pochi nel rendere omaggio ai propri veterani, ed io, ogni volta resto intrappolata nel senso di drammaticità che esprimono). Impaziente di arrivare al Lincoln Memorial, mi concedo solo qualche foto alla prospettiva del Washington Monument sul lungo specchio d’acqua (le stesse Reflecting Pools hanno un significato e valore simbolico).
Sgomito per arrivare sotto i piedi della statua del Presidente Lincoln, realizzo che la statua è più piccola di quello che pensavo, mentre il tempio che la contiene è molto più grande delle mie aspettative. Nel complesso un bel edificio neoclassico, quel greek revival che agli americani piace così tanto. Emozionante pensare quanti piedi hanno calpestato queste scale, quante manifestazioni e grandi momenti hanno vissuto.
È ora di pranzo, un hotdog dal primo venditore sulla strada, non si è rivelata una scelta vincente, poco buono e assurdamente caro, classico intoppo non così frustrante. All’ Arlington National Cemetery non rinuncio, la pioggia non dà tregua e avevamo già accumulato un paio di miglia di cammino, ma non ci scoraggia, attraversiamo a piedi l’Arlington Memorial Bridge sul fiume Potomac. Il cimitero più grande degli Stati Uniti d’America è stato costruito sul terreno confiscato al Generale Lee, credo che questa premessa la dica già molto lunga.
Parliamo di 260 ettari e di 400 000 persone sepolte, le piccole e incalcolabili lapidi bianche creano un effetto visivo davvero suggestivo, grande domino costruito ad arte sui pendii della collina. Anche in questo caso l’opera di selezione dei luoghi è stata grande e sofferta. Arriviamo all’Anfiteatro dove vengono svuotati pullman carichi di turisti, nei paraggi: Tomba del Milite Ignoto, Space Shuttle Challenger e Columbia Memorial, USS Maine Mast Memorial.
Visitiamo la sezione dedicata alla Guerra Civile constatando la rimozione del grande monumento ai Caduti Confederati, oggi ne rimane solo il basamento. Altro fatto curioso riguarda le lapidi: quelle dei soldati dell’Unione hanno il lato superiore tondeggiante, mentre le lapidi dei soldati della Confederazione sono a punta, si narra che i sudisti volessero scoraggiare gli Yankees a sedercisi sopra.
Continuiamo a percorrere l’infinito dedalo di tombe bianche, fra le quali squadre di giardinieri procedono ad un’incessante manutenzione. Risaliamo la collina e arriviamo nell’ex cortile di casa della famiglia Lee, il panorama nonostante il brutto tempo è davvero bellissimo. Dall’alto realizziamo la lunghissima distanza che abbiamo percorso e quella che siamo intenzionati a percorrere: vogliamo arrivare a Capitol Hill, ovvero quella piccola cupoletta lontana ed immersa nella nebbia.
Prima di lasciare Arlington una tappa fondamentale, i Kennedy. Trovo facilmente le tombe di Jacqueline e di John Fitzgerald, fra i due la fiamma perpetua non risente minimante della pioggia. Fatico un po’ a trovare la lapide di Bobby Kennedy (uno dei motivi principali della visita ad Arlington), è nascosta, minimale come le precedenti e poco distante dal fratello. Usciamo dal cimitero fra la folla e funerali in corso.
Ripercorriamo il National Mall, superiamo gli edifici dello Smithsonian e più di un’ora di cammino dopo arriviamo ai piedi del Campidoglio. Scegliamo di ammirarlo dalla panchina di fronte, l’attraversata tra pioggia ad intermittenza e passeggino necessita una sosta. E’ ora di tornare, e nel tragitto verso la macchina mi concedo le ultime due fermate: il J. Edgar Hoover Building e il Ford’s Theatre.
Decidiamo di cenare poco fuori Washington (anche un po’ terrorizzati dai prezzi generali), guidiamo verso Shirlington per raggiungere il Carlyle Restaurant. Lungo la strada il Pentagono sovrasta e taglia il tramonto. Il diner ha un gusto sofisticato e mangiamo davvero bene, ottimi piatti americani in porzioni esagerate. Torniamo ad Orange, lungo la statale troviamo i mega Mall(s) ancora aperti per procacciare il biberon serale.
24 settembre: Il fascino coloniale di Orange County.

La giornata è organizzata per godersi ritmi più lenti e relax, usciamo dall’hotel con calma (e con un po’ di rimpianto per non essersi fermati a Manassas il giorno prima, ma non potevo chiedere altro ai miei compagni di viaggio). Durante la Guerra Civile, Orange costituì di fatto il confine settentrionale della Confederazione, cittadina di 4000 anime, servì da quartier generale a Robert E. Lee dal 1862 al 1864.
Gli abitanti mostrano molto orgoglio nel loro retaggio, targhette informano i turisti che il Generale pregava alla St Thomas Episcopal Church, chiesa diventata poi ospedale da campo dopo le Battaglie di Chancellorsville e di Wilderness. L’impatto e le contraddizioni legate alla Guerra Civile, sono visibili ancora oggi. La fierezza e il patriottismo di Orange raggiunge l’apice nell’aver dato i natali al padre fondatore e quarto presidente degli Stati Uniti James Madison.
Ci concediamo un veloce giro alla Piantagione di Montpelier, posto enorme e molto bello, il terreno è curato con angoli davvero incantevoli, la proprietà ricopre un’area di un migliaio di ettari. Percorriamo la U.S. 15 e attraversiamo Culpeper, famosa per essere stata fondata nel 1749 da un giovane George Washington, città molto carina, la vista del classico acquedotto sospeso personalizzato mi dona già una certa soddisfazione.
Inizia a piovere a dirotto, troviamo rifugio e un buon pasto al Tap 29, un bel birrificio agricolo poco fuori Culpeper. Trascorriamo diverso tempo fra il ristorante, il birrificio e il negozio di souvenir, approfittando dei grandissimi spazi e della pochissima gente. È pomeriggio inoltrato quando arriviamo a Gordonsville, questo paesino di 1400 persone rivendica di titolo di “Capitale Mondiale del pollo fritto”.
Fra le strade rurali e un po’ trasandate veniamo colpiti dall’insegna “Antiques” dell’Old American Barn. Questo vecchio e raffazzonato capannone su due grandi piani vanta una miriade di oggetti antichi ed ogni genere di paccottiglia kitsch.
Nonostante l’insofferenza di mio figlio non riesco a staccarmi da queste montagne di oggetti, passando svariato tempo a curiosare fra la polvere.
Il sole scandisce i ritmi, e quando inizia a calare, ripercorriamo a ritroso le strade fra le buie foreste della contea Orange.
Di nuovo da Mario’s, spinti più per confidenza e spirito familiare, che per fame.
25 settembre: dalla capitale Richmond alle lagune di Chincoteague Island.

Lasciamo il Round Hill Inn dopo un’abbondantissima colazione, saliamo in auto e percorriamo la U.S. 15, svoltiamo e seguiamo la direzione per Richmond verso sud. Dopo un’ora e trenta di viaggio ci accoglie un grande groviglio di strade ed un cartello sui rischi del Fentanyl, siamo alle porte della capitale della Virginia.
Raggiungiamo l’American Civil War Museum, di recente situato e gestito negli edifici della Tredegar Iron Works, la stessa Tradegar che produceva il metallo per rivestire le corazzate e costruire i cannoni usati durante la Guerra Civile. Edificio in vetro e mattoni rossi, restaurato negli anni duemila con grande stile, sia nel mantenimento che nell’innovazione.
La mostra occupa due piani, l’esposizione risente del recente rinnovamento, distinguendola dallo stile più classico e tradizionale del museo di Harrisburg.
La collezione di documenti e cimeli è minore, ma la gestione immersiva degli eventi la rende davvero meritevole di visita. Il primo piano vanta una vastissima rassegna di bandiere di guerra originali degli Stati Confederati d’America. Il particolare a colpirmi di più è l‘Hood and Robe bianco ingiallito di un membro del Ku Klux Klan, davvero inquietante. Prima di risalire in macchina, mi concedo qualche istante di tranquillità e riflessione sulle rive del James River.
È il momento di lasciare Richmond, ancora un’ultima veloce sosta alla White House of Confederacy. Questo piccolo e anonimo stabile grigio condivide lo spazio con palazzi imponenti e un grande polo ospedaliero, scendere al volo dall’auto diventa complicato, ma non mi lascio scoraggiare. Dedico qualche foto a cartelli e targhe che raccontano la storia della Casa Bianca sudista, dimora di Jefferson Davis e la sua famiglia. E’ ora di pranzo, usciamo da Richmond in direzione Jamestown, attratti dal luogo dove si stabilirono i primi coloni che si lasciarono l’Europa e il Vecchio Mondo alle spalle.
Mangiamo un ottimo hamburger alla Billsburg Brewery fra gli specchi d’acqua della Sandy Bay, la giornata è bellissima e il panorama davvero incantevole. Ci godiamo una passeggiata fra le foreste e le paludi di Jamestown, qualche foto ai dintorni e al cartello di attraversamento tartarughe. Ci rimettiamo in viaggio pronti a raggiungere il prossimo hotel a Chincoteague Island, distante circa 150 miglia e tre ore di tragitto.
Scendiamo verso la parte più meridionale della Virginia al confine col North Carolina, e attraversiamo la periferia di Norfolk, sede della US Navy, ospita la più grande base aeronavale del mondo. Questo tratto di strada è un brulicare di auto e mezzi militari di ogni tipo. Ci lasciamo alle spalle Virginia Beach, il punto più a sud del nostro itinerario.
Risaliamo la costa verso nord prendendo il suggestivo Chesapeake Bay Tunnel-Bridge: struttura ibrida di ponti e tunnel lunga quasi trenta chilometri, grande lavoro ingegneristico che collega la terra ferma alla Eastern Shore della Virginia, dorsale atlantica frastagliata, piena di baie e isolette. Il paesaggio cambia di nuovo, ma questa volta drasticamente, attraversiamo una landa spoglia e desolata, dove l’insediamento umano è raro e incostante.
Ormai è sera, l’agglomerato di Chincoteague è distinguibile solo grazie a qualche fioca luce al neon e cartelli che indicano il percorso di evacuazione in caso di uragano. Ceniamo al primo diner sulla strada, arrangiato e davvero caratteristico, struttura di legno traballante, nessun turista, solo qualche persona del luogo che ci guarda incuriosita.
Facciamo il check in all’Anchor Inn, stabile orizzontale costituito da due piani di lunghe file di porte, versione chabby chic del motel da highway, ci accoglie ancora una volta la grande camera moquettata in pieno stile americano.
26 settembre: i pony selvaggi e il paesaggio incontaminato di Assateague Island.

Il risveglio è addolcito dal suono dell’oceano e dallo starnazzare di qualche anatra che condivide con noi il molo.
Col favore delle luci del giorno realizzo la posizione davvero incantevole e caratteristica dell’hotel, appoggiato lungo il pontile di legno sulla baia. Capiamo di non essere soli unicamente grazie alla presenza di un paio di pickup tappezzati da adesivi patriottici e conservatori, “God and Order”.
Utilizziamo i coupon per la colazione, minimo sostentamento per la giornata. Pochi minuti di auto ci separano da Assateague Island, voglio vedere i pony selvaggi. Entriamo nella riserva naturale fra zone paludose e foreste verdissime, procediamo verso la spiaggia, eccoli! Un gruppetto di cavalli bianchi e marroni bruca l’erba fra i prati e gli specchi d’acqua, al lato della strada altre persone intente a fotografarli.
Si narra che i loro antenati fossero cavalli spagnoli arrivati in America nel 1600, stanziatisi in queste foreste in seguito al naufragio di un galeone. I cavalli selvaggi popolano in numerosi branchi questa zona al confine (ben recintato) fra la Virginia e il Maryland: in Virginia i pony sono proprietà della Chincoteague Volunteer Fire Company, mentre in Maryland appartengono e vengono gestiti dalla NPS.
Arriviamo sulla costa e lo scenario è davvero pazzesco. La spiaggia è bianchissima e distesa da conchiglie candide larghe quanto una mano, l’oceano Atlantico è impetuoso, grigio, con onde così alte da non staccare mai la mano a mio figlio. Ad un certo punto uno stormo di uccelli bianchi si innalza a pochi metri dalla mia testa, ne vengo quasi travolta, sentendomi letteralmente fra le riprese di un servizio di National Geographic, davvero magico.
Passeggiamo fra il frastuono dell’oceano e la quiete della spiaggia, consiglio a chiunque di scendere dall’auto e percorrere a piedi nudi questa incredibile costa (ecco magari, essersi presi dietro i costumi è stato un gesto davvero ottimistico). Proseguiamo il nostro giro fra l’incontaminata Assateague Island, visitando il famoso faro bianco e rosso, disturbati solo da una famiglia di cervi.
Tornado a Chincoteague veniamo attratti da Teaguer’s, pub essenziale dentro ad un prefabbricato.
L’interno mi rapisce: strumenti musicali, tavolo da biliardo, partita della NFL in televisione e pareti tenute insieme da lamiere e vecchi cartelli, fascino che mi riporta subito nei juke joints del sud. Mangiamo davvero bene (molto meglio della cena, consumata in un ristorante pretenzioso, serio e poco convincente).
Terminiamo la giornata fra le strade della cittadina e il Brianna’s Kindness Playground, oltre ai classici scivoli e dondoli, anche varie postazioni musicali ispirate allo xilofono. La vera attrazione di questo parchetto è Pepper una gattona dal pelo lungo davvero dolcissima.
27 settembre: senza meta a Chincoteague e Black Point Landing.

Consapevoli di essere ormai agli sgoccioli della vacanza decidiamo di utilizzare l’intera giornata per girovagare a caso (adoro pensare ed organizzare itinerari, ma perdersi nei luoghi mi affascina allo stesso modo). Usciamo dall’albergo a piedi, passeggiamo seguendo la Main St. Lungo questa strada, come in molte altre durante il viaggio, sventolano centinaia di foto di reduci, veterani e soldati di ogni guerra e ogni età, “Glory and Honor”.
Le case private sono bellissime, sia quelle di famiglie benestanti, su più piani con i portici decorati, anzi ricamati nello stile degli iron lacework di New Orleans, fino alle case più umili, costruite da poche travi di legno sconnesse fra loro. Compriamo qualche souvenir, negozi sproporzionati per le dimensioni del centro abitato, che, come ogni volta, ci ghiacciano il sudore nella schiena, venendo da un esterno umido e caldo (non mi adeguerò mai al loro abuso di aria condizionata).
Continuiamo la passeggiata ammirando i cortili curatissimi, le enormi zucche arancioni sotto i portici multi colore, le bandiere ed un piccolo cinema che aveva “A Streetcar named Desire” nella prossima programmazione. Chincoteague, come molte cittadine americane, non ha un centro in senso europeo, inutile cercare la piazza del paese, non esiste. Ma esistono file di botteghe carine, parchi, campetti e zone residenziali davvero adorabili. Infatti, cediamo al fascino irresistibile di questo negozietto di legno, color tiffany, che vende i donuts.
Compriamo 6 ciambelle glassate, lucide e colorate da Sandy Pony Donuts, è divertente constatare che molte attività qui si chiamano “sandy”, “salty” o “windy”. Poco distante, altro parchetto in cui ci rifugiamo a mangiare le ciambelle noi, e cibo pseudo-sano il piccolo. Donuts buoni, ma sazianti al punto di rinunciare al pranzo. Avvistiamo un Dollar General, entro per un minimo rifornimento e realizzo la possibilità di poter scegliere fra prezzi molto più bassi rispetto altri posti.
Esco con acqua, qualche genere alimentare per il giorno seguente e quelle che diventeranno le mie decorazioni di Halloween.
Inizia a piovere, ci ripariamo in auto e iniziamo un giro della baia. Il paesaggio è palustre e le abitazioni di legno fra i giunchi risvegliano ambientazioni di vecchi film, una casetta in particolare colpisce la mia attenzione: la casa del Capitano Timothy Hill. Piccola ed instabile struttura in legno, pare essere stata una delle prime abitazioni costruite sull’isola nel 1800, oggi sopravvissuta all’abbandono e al degrado grazie all’opera di qualche volontario.
Sfido la pioggia cercando di visitare un piccolo cimitero, composto per lo più da lapidi di veterani di guerra, purtroppo non resisto ai piccoli cimiteri in via d’abbandono. La pioggia diventa incessante, è ora di cena, troviamo rifugio al Captain Zack’s Seafood.
Superato l’angusto e umido ingresso, entriamo dentro un locale davvero bello.
Grande palafitta di legno sopraelevata, dal soffitto ciondola ogni tipo di decorazione marinaresca, in mezzo alla stanza una barca posta tra i tavoli alti e le sedie enormi. Le porzioni sono grandi e scenografiche, mangiamo davvero bene.
28 settembre: risalendo il Delmarva verso il New Jersey.

Malinconici e consapevoli della vicinanza del ritorno verso New York, ci prepariamo all’attraversata di quattro ore verso l’ultima notte in New Jersey. Poco fuori Chincoteague Island, la punta di un razzo e il logo della NASA segnalano la presenza di un importante sito di lancio, difficile non notarlo e rallentare l’auto.
Attraversiamo il Maryland ed entriamo nel Delaware, superiamo piccole cittadine come Dagsboro e Millsboro, disposte lungo highways costellate di cartelloni che sponsorizzano Gesù nello stesso modo in cui vengono sponsorizzati uffici legali che si occupano di infortunistica stradale. Arriviamo a Dover, capitale del Delaware, il fascino è quello della piccola cittadina di provincia, mattoncino rosso e finestrelle bianche.
Da sempre entrambi fan dei pub irlandesi pranziamo al McGlynns, sulle sponde del Silver Lake. Il sole splende e questa breve fermata risulta azzeccata, in quanto la passeggiata sulla riva del lago oltre ad essere davvero piacevole, permette di smaltire un po’ l’hamburger.
Ci rimettiamo in viaggio, risaliamo tutta la penisola del Delmarva, superiamo le periferie di Wilmington e Philadelphia, ad un certo punto il cartello che indica l’“area di sosta Jon Bon Jovi” mi chiarisce l’arrivo in New Jersey meglio del segnale del confine di stato.
Alloggiamo al Country Inn of Hazlet, poco fuori i vari raccordi autostradali.
Nonostante un contesto fatto da grandi benzinai, fast foods, capannoni e grosse strade, questo albergo sembra uscito da una fiera campestre, con tanto di ballino di fieno, brocche di legno per mungere la grossa mucca di latta e casette per gli uccelli a stelle e strisce. L’ingresso è ancora più meravigliosamente stucchevole: centrini ricamati, coperte patchwork, modellini di vecchie Ford model-T e sedie a dondolo.
Da questo istante in avanti l’ultima serata in New Jersey si rivelerà un’incredibile esperienza dentro a divertentissimi clichè. Fuori piove a dirotto, rendendo impossibile qualsiasi attività, accendiamo la tv già sintonizzata sulla HBO, primo programma: i Soprano. Ero appena arrivata in New Jersey e stavo guardando Gandolfini in tv, fantastico.
La cena non poteva che svolgersi al Ray’s Real Pizza. Entriamo, il locale è piccolo e intriso dal vociare alto tipico del nostro bel paese, ovviamente in sottofondo le note di O Sole mio, un gentilissimo ragazzino ci accompagna al tavolo a scacchi bianchi e rossi. La cena è stata davvero uno spettacolo teatrale, ero al settimo cielo. Il proprietario, italianissimo, passa fra i tavoli chiacchierando e accertandosi che tutto stesse procedendo per il meglio.
Tocca a noi e senza troppa difficoltà capisce che siamo connazionali, a quel punto esplode la festa. Diventiamo l’attrazione principale, signori di mezz’età si avvicinano al nostro tavolo ricordando vecchi parenti e cugini italiani, il proprietario ordina alla cucina “due caffè buoni per i ragazzi”, il locale si riempie di risate e calici alti, brindisi all’America. Estasiati lasciamo il locale, felici e nostalgici torniamo in albergo (a guardare i Soprano).
29 settembre: Volo JFK-MPX, è ora di tornare.
L’ultima colazione vogliamo farla affondando la faccia in un piatto di pancakes. Complice il caso, troviamo un IHOP poco fuori l’albergo. Il tempo è grigio, ma ormai poco importa, un’ora di viaggio e siamo nel quartiere di South Jamaica, a due passi dal JFK International. Consegniamo l’auto e arriviamo al Terminal senza intoppi preparandoci alla lunga attesa che ci aspetta. Questo incredibile viaggio si conclude, ormai è sera, l’areo decolla e il piccolo si addormenta, risvegliandosi a Milano, perfetto.
Diario di viaggio di Francesca Lorenzini






