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Il sogno americano della West Coast: il diario di viaggio di Luca

Pubblichiamo il diario di viaggio di Luca Viola che ha voluto condividere con la community di Viaggi-USA le emozioni e le sensazioni che ha provato durante il suo on the road della West Coast in 15 giorni. Vi ricordiamo che, se state anche voi cercando di realizzare il vostro sogno targato “USA on the road”, potete consultare la nostra sezione sulla West Coast, in particolare quella sul Southwest, dove trovate molti itinerari collaudati che vi permettono di esplorare questa meravigliosa area degli States.  

Introduzione

Ciao a tutti!

Vogliamo innanzitutto presentarci: siamo Luca e Valeria e le pagine che seguono sono un breve resoconto personale, a mo’ di diario e senza alcuna velleità nozionistica e didascalica, di un viaggio nella parte ovest degli Stati Uniti, realizzato dal 20 aprile al 4 maggio 2019.

Abbiamo voluto fissare con lo scritto ricordi ed emozioni di un itinerario che abbiamo sognato per anni e che siamo riusciti entrambi a realizzare per la prima volta solo oggi.

Il nostro intento è stato quello di non correre il rischio che il tempo facesse dimenticare luoghi, persone, episodi ed aneddoti e di avere allo stesso tempo un appiglio su cui un domani, chissà, divagare piacevolmente con la memoria.

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Abbiamo voluto condividere il nostro racconto con gli utenti del sito web viaggi-usa.it, da cui abbiamo tratto molteplici spunti e consigli utili alla pianificazione del nostro viaggio. Questo diario è anche un ringraziamento volto a loro ed alla preziosa attività di divulgazione di itinerari di viaggio affascinanti ed avventurosi in tutti gli Stati Uniti.

Le tappe del viaggio

Per un veloce riferimento ed a supporto del diario, riportiamo qui di seguito la sintesi dell’itinerario di viaggio seguito, con l’elenco delle tappe (da / a), la distanza indicativa compiuta in km ed il tempo stimato in ore di auto.

  • 20 aprile: da Milano a San Francisco
  • 21 aprile: San Francisco
  • 22 aprile: San Francisco
  • 23 aprile: da San Francisco a Fresno distanza 432 km tempo 5 ore e 20
  • 24 aprile: da Fresno a Ridgecrest distanza 637 km tempo 7 ore e 30
  • 25 aprile: da Ridgecrest a Las Vegas distanza 215 km tempo 2 ore e 20
  • 26 aprile: Las Vegas
  • 27 aprile: da Las Vegas a Page distanza 668 Km tempo 6 ore e 40
  • 28 aprile: da Page a Lake Havasu City distanza 764 km tempo 7 ore e 30
  • 29 aprile: da Lake Havasu City a San Diego distanza 453 km tempo 5 ore e 10
  • 30 aprile: San Diego
  • 1 maggio: da San Diego a Los Angeles distanza 200 km tempo 2 ore e 50
  • 2 maggio: Los Angeles
  • 3 maggio: Los Angeles
  • 4 maggio: da Los Angeles a Milano

Sabato 20 aprile: da Milano a San Francisco

Un ultimo controllo, l’ennesimo, ai documenti di viaggio: biglietti, passaporto, ESTA, guide, cartine geografiche, mappe… c’è tutto.

Bene. Non resta che partire per l’aeroporto. Destinazione San Francisco, U.S.A.. Finalmente!

Alle 13.00 circa prendiamo posto sull’aereo, un Boing 737 Max della Air Italy, fresco di nuova rotta diretta Milano-San Francisco! Che pacchia, “solo” tredici ore e saremo dall’altra parte del mondo a…rivivere la stessa giornata! I magici effetti del fuso orario.

Nonostante un posto laterale optiamo per dei posti centrali più comodi, approfittando del fatto che il velivolo è mezzo vuoto.

Il volo è infinitamente lungo e passa tra cibo (decoroso), film, musica e consultazione della guida.

Abbiamo programmato ogni minimo dettaglio, prenotato mezzi, fissato date ed appuntamenti e facciamo un riepilogo, o “briefing” come ironicamente ci diciamo, per vedere che tutto torni.

Entrambi non vogliamo perdere tempo una volta giunti a destinazione, compatibilmente con la stanchezza del fuso orario.

“Cabin crew…prepare for landing!”. Aaah…da quanto aspettavo questa frase magica che il comandante pronuncia mentre siamo sull’Oceano Pacifico e che ci avvisa che siamo ormai pronti per l’atterraggio!

Sbrighiamo facilmente le pratiche doganali ed il ritiro bagagli. In men che non si dica siamo sulla navetta Bart che ci portera’ in Powell Street Station, nel cuore del Downtown Financial District.

Saliamo in superficie con i nostri valigioni e riusciamo ad “acchiappare” al volo un taxi di un coreano, un tipo sbrigativo che viaggia spedito a finestrini aperti su e giù per ‘Frisco. È il primo contatto con la città. Arriviamo all’albergo, il mitico Pier 2620, situato in pieno Fisherman’s Wharf, il caratteristico e pittoresco quartiere posto sulla baia, un tempo abitato da pescatori.

Dico mitico perché avevamo scelto con cura questo hotel mesi prima dall’Italia e, fortunatamente le attese non restano deluse. È un ambiente accogliente con una camera in perfetto design marinaresco, con elementi di decoro post-industriale molto raffinati. Ci piace!

Ci rilassiamo un attimo, riposiamo un’oretta, doccia e siamo pronti alle nove di sera per la prima avanscoperta della città. Una bella cenetta a base di pesce sul molo è quello che ci vuole.

Raggiungiamo facilmente a piedi la zona dei Piers ma con disappunto vediamo che un po’ tutti i localini e ristoranti stanno chiudendo…alle 21.30?…a San Francisco ? Non ci capacitiamo della cosa!

Troviamo una soluzione di rimedio in un lounge-bar, Boudin, che di giorno fa il panettiere e di sera si riscopre cuoco.

Come prima cena possiamo contare al massimo su un cocktail di gamberi in salsa piccante innaffiato da un dolcissimo vino bianco californiano della Napa Valley… è quanto riusciamo a ottenere a cucine chiuse…a dieta ma con classe!

Camminiamo un poco lungo il Pier decisamente poco vivo ed animato per poi far rientro stanchi in albergo. Domani ci attende una giornata intensa.

Domenica 21 aprile: San Francisco

C’è il sole, il cielo è di un azzurro incredibile e non c’è una nuvola. Tutto è perfetto per una prima camminata lungo la baia. L’orizzonte che si apre davanti ai nostri occhi alla fine di Jefferson Street è incantevole.

La baia sale dolcemente verso un parco gremito di gente che corre, fa ginnastica e yoga. è domenica e la città si appresta a vivere una giornata di tipico riposo californiano. Ma è anche una domenica particolare: è Pasqua!

Attraversiamo il parco, la nostra meta è la fabbrica di cioccolato Ghirardelli, una istituzione.

Confidiamo in un bel caffè per fare colazione ed è quello che riusciamo a trovare non dopo poche ricerche. Un cookie ed un cappuccino sono la nostra prima colazione made in U.S.A. In aggiunta ci concediamo un delizioso cioccolatino Ghirardelli, un “coniglietto” offertoci in omaggio in occasione della giornata di festa.

La vista dalla veranda del bar è di quelle che non si scordano; il parco degrada verso la spiaggia dove, nonostante i venti gradi, diverse persone fanno il bagno e fanno canottaggio. La gente del posto sembra tutta molto “easygoing” e l’atmosfera che si respira è di grande serenità.

Fatto il pieno di energie siamo pronti per un bel giro. Da North Point imbocchiamo Hyde Street verso l’interno. Una delle tipiche strade in salita, come tante qui a San Francisco, che a un certo punto incrocia il tratto più famoso e tortuoso della ben più lunga Lombard Street, la strada più pendente al mondo con un sacco di curve che degradano ripidamente.

Scatto le prime fotografie in serie con la macchina reflex e lo smartphone e faccio i primi video con la GoPro, con buona pace di Valeria che me la ha regalata per il mio compleanno. è solo l’inizio di un reportage fotografico impressionante!

Proseguiamo la bella passeggiata verso ovest, attraversando playground pieni di bambini che giocano e ci spingiamo poi fino alle pendici della collina sulla cui cima sorge la Coit Tower. è un avamposto dalla cui piazza si gode una bella vista sull’isola di Alcatraz. Al centro sorge una statua di Cristoforo Colombo che scopriamo essere stata un dono della Regione Liguria agli amici americani.

Scendiamo dalla collina e Filbert Street ci porta diretti ad una bella chiesa neogotica, frontale ad un parco. È la chiesa di San Pietro e Paolo. Entriamo per una preghiera pasquale e con stupore ci troviamo nel mezzo di una messa celebrata in italiano! Tutta la comunità è in realtà di italiani… attraversato il parco infatti ci troviamo sulla Columbus Avenue, nel cuore di Little Italy.

Ci fermiamo per un cordiale in un bar di “Paisà”, il caffè Greco. Accidentalmente faccio cadere sul banco la minuscola bottiglia in vetro di San Pellegrino che ho ordinato e che va in frantumi… alla modifica cifra di quattro dollari questo piccolo inconveniente diventa un bel disappunto!

Dopo la pausa puntiamo dritti verso la Transamerica Pyramid, un grattacielo dalla curiosa forma piramidale che con la giornata di sole riflette mille luci attraverso i suoi vetri.

Proseguendo arriviamo su Market Street dove ci lustriamo gli occhi davanti ai negozi delle grandi firme della moda Italiana, francese ed americana.

Ed eccoci a Union Square. Il cuore pulsante di Downtown. Ci sediamo per una pausa e per goderci un poco della vita cittadina di San Francisco. La piazza è la più importante della città ed è occasione di incontro, passeggio e riposo da parte dei suoi abitanti.

Qui facciamo un punto della situazione anche per la serata, prenotando un bel ristorante di pesce ad un orario tale da non rimanere a bocca asciutta come successo la sera prima.

È ormai l’una passata e proseguendo ora verso nord arriviamo alla Grace Cathedral, la bella cattedrale cittadina a cui dedichiamo una visita. Sulla strada ci imbattiamo in due hotel molto lussuosi come l’Intercontinental (sul cui rooftop è posto il celebre bar Top of the Marks) e il Fairmont, di cui conoscevo la più famosa versione del Principato di Monaco. Del resto siamo nel prestigioso quartiere residenziale di Nob Hill.

Nel mentre si sono fatte quasi le quattro e ci accorgiamo di non aver ancora pranzato! Del resto l’apporto calorico del cookie di Ghirardelli è stato pari ad un pranzo equivalente! Decidiamo di puntare ad uno Starbucks vicino al nostro albergo per una merenda a base di smoothies e tramezzini al tacchino. Per fare in fretta prendiamo la mitica Cable Car, la locomotiva su binario che attraversa i punti nevralgici della città. Tagliamo in men che non si dica tutta Columbus Avenue. è bellissima, sembra di essere catapultati a fine ottocento quando ancora non c’erano auto e tutto risulta molto vintage. Il mezzo ci lascia proprio davanti allo Starbucks dove consumiamo una veloce merenda.

Faccio capolino in uno dei molteplici negozi di noleggio biciclette per capire tempi, modi e prezzi per l’indomani.

Instancabili proseguiamo ora verso il mare, verso i Piers del Fishermans Wharf. Immancabile la foto alla colonia di leoni marini che sollazzano al sole; certo che paiono proprio beati, alcuni prendono il sole, altri dormono, alcuni emettono forti versi. Sul molo si fa sentire il vento che soffia sulla baia e sulle diverse barche a vela che la solcano. Davanti a noi vicinissima l’isola di Alcatraz ed in lontananza il Golden Gate Bridge. La giornata è secca ed il cielo terso con la vista che spazia all’infinito.

Passeggiamo fino al Ferry Building, dove ha oggi sede un ricco mercato di primizie. Nonostante studi universitari non indifferenti sia io che Valeria non riusciamo a capire la numerazione dei moli che a volte pare seguire il criterio pari e dispari ma con dei salti illogici. Concludiamo alla fine per il celebre criterio di numerazione “a caso”.

Lungo il percorso, informati dalla guida, andiamo a cercare la sede della Levi Strauss, il marchio di jeanseria e denim americano. è una palazzina a più livelli e a gradoni in pietra cotta, color terra, ben inserita in una serie di giardini.

Dopo aver visitato il Ferry Building ed il suo mercato di primizie optiamo per un rientro all’albergo in filobus…è un bellissimo mezzo anni Cinquanta, tutto di metallo e color panna, guidato da un tipo che pare più un surfista che un autista; abbronzato, occhiale da sole multicolor, capello biondo lungo che spunta da un cappello. Attenzione: facciamo il biglietto elettronico online sulla app, ebbene sì… questa è la città 4.0! Ci risponde con un “Cool” e via, si parte!

Albergo… crolliamo distrutti… abbiamo fatto una ventina di chilometri a piedi… su e giù per Frisco… bellissima giornata, bellissima gente, bellissima città.

Ne approfitto per un riposino “pre-dinner”. Giusto un’oretta, prima di prepararci per la serata.

Ci aspetta una cena da McCormick & Kuleto’s Seafood and Steaks, un ristorante del Wharf vicino a Ghirardelli e dalla cui vetrata si può godere una vista magnifica sulla baia.

Abbiamo riservato un posto privilegiato fronte mare e ci accoglie il maitre, un personaggio abbastanza “sui generis” ma con un aplomb impeccabile.

La cena è superba; “ingresso” a base di ostriche, molto diffuse qui a San Francisco. Ne assaggiamo di due tipologie, alcune molto piccole di provenienza giapponese ed altre molto grandi di provenienza locale. Il Giappone, almeno ad ostriche, si riprende decisamente la rivincita sugli Stati Uniti. Sono squisite e molto saporite.

Piatto forte che prevede del tonno scottato con sesamo per me e del salmone per Valeria, entrambi molto delicati.

Dulcis in fundo… sformatino al cioccolato, un vero piacere per la gola. Direi ottimo anche il vino, con un Sauvignon Blanc Groth 2017 della Napa Valley.

Le luci della sera brillano ora lungo tutta la baia; da qui San Francisco lascia proprio a bocca aperta. E lo “struscio” sul molo è la degna conclusione di questa bellissima domenica di Pasqua.

Lunedì 22 aprile: San Francisco

La mattina si apre con una bella colazione da Starbucks a base di cappuccino, muffin e yogurt con granola. Non sto nella pelle perchè oggi abbiamo deciso di noleggiare le biciclette e farci una scampagnata fino al Golden Gate Bridge.

Il negozio, un megastore di nome Sport Basement, ci attira per vari motivi: è vicino all’albergo, ha un numero spropositato di biciclette di ogni tipologia e soprattutto recita al sui ingresso “Sport Basement… rent a bike basically free”. Inseriamo i nostri dati nel computer di accettazione e subito il commesso ci procura due biciclette da passeggio, con tanto di rapporti per cambiare marcia. Alla cassa fanno sessantaquattro dollari per l’intera giornata e così chiedo umilmente dove sarebbe il concetto “Basically free”. Ci viene detto che con il noleggio abbiamo guadagnato un credito di sessantaquattro dollari da spendere al loro store, strategicamente posto lungo il percorso del nostro giro… Business is business.

Prendiamo le nostre biciclette e come due adolescenti partiamo a razzo per le vie del Wharf. Che senso di libertà incredibile!

Costeggiamo il lungomare sulla baia e subito ci imbattiamo in un leone marino arenato al sole sulla spiaggia. Non ha nemmeno una lontana intenzione di tuffarsi a mare, se la dorme beato mentre si fa fotografare e riprendere da un gruppetto di persone intorno, me compreso.

Riprendiamo il giro, immergendoci nel parco lungo il Marina Boulevard, la via principale che costeggia tutta la baia. è un continuo susseguirsi di marine, piccoli porticcioli, anse di costa, spiagge, spazi per pic-nic; ciclabili e passaggi pedonali con tanto di appositi semafori rendono il tutto a dimensione uomo.

Migliaia di persone in bicicletta, con i pattini, a piedi, di corsa. Molti si godono la stupenda giornata di sole in spiaggia, con frisbee o in compagnia dei loro cani, giocando, passeggiando o facendo il bagno. L’aria è frizzante e profuma di spuma di mare portata dal vento.

Il Golden Gate Bridge, tinto del suo inconfondibile “international orange”, si fa sempre più vicino e quando ci siamo praticamente sotto la vista e le dimensioni sono impressionanti. La baia, in questa punta esposta, appare in tutto il sui splendore. Si distinguono molto bene l’isola di Alcatraz e la punta opposta della costa con i paesini di Sausalito e di Tiburon.

È uno spettacolo eccezionale e sono così emozionato che, come un bambino, continuo a scattare foto ed a fare riprese. Superare il ponte non è affatto semplice, la strada si impenna ripida ed abbiamo il nostro bel da fare a pedalare in salita. Ma la fatica ne vale la pena perché aldilà del Golden Gate Bridge troviamo alcune delle spiagge più scenografiche dell’intera costa californiana, tra cui la famosissima Baker Beach.

Arrivati sul promontorio che domina la spiaggia lasciamo le nostre biciclette e raggiungiamo il litorale sabbioso, concedendoci una oretta sdraiati al sole… è così piacevole che mi scotto tutta la fronte senza nemmeno accorgermene! Da qui la vista è veramente mozzafiato ed è proprio come nelle fotografie che avevamo già visto in Italia, con la fioritura primaverile color glicine dei fiori di campo, il mare blu che si infrange sulla sabbia dorata, il cielo di un azzurro terso che fa da sfondo all’arancio fuoco del Golden Gate Bridge, illuminato dal sole.

La perfetta armonia di questo istante vale da sola l’intero viaggio! E darà ai nostri occhi una luce talmente magica da cambiarli e cambiarci per sempre.

Non vorremmo mai andare via ma è ormai tempo di riprendere le nostre biciclettine e di rientrare.

Lungo la strada del ritorno ci imbattiamo nello store dello Sport Basement dove decido di approfittare del credito a nostro favore e di fare shopping.

L’ultima tappa sul nostro percorso è il Palace of Fine Arts, una ricostruzione neoclassica molto graziosa posta all’interno di un giardino con ampi spazi verdi, laghetti solcati da placidi anatroccoli e ninfee. Tutto molto bucolico e tranquillo.

Raggiungiamo infine il noleggiatore e gli raccontiamo entusiasti la nostra giornata e tutte le belle cose fatte e viste. “Cool” è la sua risposta, la stessa dell’autista del filobus del giorno prima, la stessa di tutti gli abitanti di San Francisco… è come se fosse il loro credo, il loro “mantra”, il loro approccio alla vita. è contagioso!

Abbiamo fatto le quattro del pomeriggio, senza nemmeno aver pranzato. Optiamo per un tramezzino al tacchino e della macedonia che acquistiamo ad un mercato di prodotti “healthy” e che consumiamo in totale relax nel salottino “fashion” della nostra camera d’albergo.

Ci prepariamo così alla serata; abbiamo in programma una cenetta a base di pesce in uno dei localini caratteristici del Wharf. La consumiamo da Gioppino’s, dove proviamo il tipico piatto che da il nome al locale stesso e che risulta essere la pietanza caratteristica di San Francisco. Si tratta, in tutto e per tutto, di una rivisitazione del caciucco toscano, una zuppa di pesce in brodo di pomodoro. Nonostante abbia il mio bel da fare a pulire le chele di un granchio (il famoso “crab” californiano), il piatto è buono e ben cucinato. Lo apprezziamo e lo divoriamo con gusto.

Terminata la cena prendiamo un taxi al volo, guidato da un flemmatico taxista indiano vestito con il classico copricapo sikh. La destinazione è il Top of the Marks, il rooftop più “glamourous” di tutta la città, all’ultimo piano dell’Intercontinental Hotel, nel cuore di Nob Hill. La vista che si ha da quassù è impagabile. Lo sguardo si perde tra le mille luci dei grattacieli e dei ponti sull’Oceano. è tutto così affascinante da lasciarci stupiti. Cullati da un sottofondo musicale molto “lounge”, consumiamo un drink accompagnato da una deliziosa serie di cioccolatini, apprezzando tutta la bellezza di San Francisco.

Martedì 23 aprile: da San Francisco a Fresno

Ci svegliamo di buon ora perché oggi è il grande giorno: dobbiamo ritirare la macchina e iniziare l’avventura on the road!

Facciamo dunque i bagagli, non con poca nostalgia per questa bella città che ci ha ospitato per tre giorni, ed usciamo in direzione Bush Street, Nob Hill, dove abbiamo appuntamento ad un centro Alamo per il ritiro.

Dopo le pratiche burocratiche ed un tira e molla su vari modelli di auto (tra cui una certa Tucson) scendiamo al garage, ansiosi di scoprire la nostra compagna di viaggio.

È una Dodge Journey bianca, targata Arizona – Grand Canyon State – BSH7010. Grande, comoda e spaziosa. Un vero e proprio SUV. Bellissima.

Accendo l’auto e si parte! Per prima cosa passiamo dal Pier 2620 a ritirare i bagagli. Poi siamo pronti per imboccare le strade che ci portano fuori, diretti a sud.

L’itinerario prevede di raggiungere in primis, attraverso il Mile 17, i centri di vacanza di Monterey e di Carmel by the Sea.

Le prime impressioni della strada sono buone, passiamo per la cosiddetta Silicon Valley attraversando sulla mitica Route 101 i centri di San Mateo, Palo Alto, San Jose, Santa Clara e Cupertino.

Questo è solo un breve tratto della 101 che percorre l’intera West Coast da nord a sud, precisamente da Seattle a San Diego. Io e Valeria fantastichiamo su possibili progetti di viaggio futuri.

Per l’ora di pranzo siamo a Monterey, grazioso centro costiero fondato dagli spagnoli ed in passato in auge per essere stata capitale della California.

Ci fermiamo nel quartiere di Cannery Row, per uno spuntino al Tidal Coffee, il bar fronte mare del bellissimo Monterey Plaza Hotel & SpA: il solito tramezzino al tacchino e formaggio per me, solo un caffè per Valeria.

La vista sulla baia è fantastica in una giornata baciata anche oggi dal sole. Facciamo capolino nel Plaza per una visita e qualche foto dalla posizione privilegiata della sua terrazza.

Riprendiamo il cammino, direzione Big Sur. Si tratta di un posto leggendario, noto ai surfisti di tutto il mondo. Qui la costa si fa aspra, con rocce spioventi a picco sul mare. L’Oceano Pacifico si infrange con tutta la sua affascinante violenza contro la riva, creando cavalloni epici da cavalcare con il surf.

Ci fermiamo in più punti ed affacci per ammirare la scena… è tutto un fiorire di fiori di campo arancio, viola, rosa. Il fragore incessante del mare è qualcosa di impressionante e maestoso.

Ci spingiamo fino al celeberrimo Bixby Bridge, immortalato in numerosissime foto. Scattiamo anche le nostre.

Siamo ora pronti per tornare sui nostri passi e dirigerci verso l’interno. Ci aspettano svariate ore di macchina fino alla cittadina di Fresno.

La strada è la 152 e nel primo tratto è anche caratterizzata da un po’ di traffico che ci fa perdere un’oretta sulla tabella di marcia, impiegata serenamente ad ascoltare la playlist musicale di canzoni che abbiamo appositamente creato a tema nei mesi precedenti. Come quella, per esempio, che stiamo ascoltando ora, Malibù delle Hole di Courtney Love, a tutto volume e coi finestrini giù per respirare la brezza marina. Lo ammetto, è stata tutta idea e merito di Valeria ed ora, nella noia del traffico costiero, apprezzo moltissimo la cosa.

Distraendoci e senza quasi accorgercene entriamo verso l’interno ed il traffico scompare. La strada ora si fa più monotona, non vediamo più il mare e siamo immersi in una piacevole brughiera dai colori tenui, dalle tonalità verdi, gialle, marroni.

La nostra attenzione viene all’improvviso catturata da un bellissimo lago che, guardando la cartina, scopriamo essere il San Louis Reservoir, probabilmente un bacino artificiale che serve all’irrigazione dei campi della zona circostante. In effetti è tutto un guidare tra campi e tipiche “farms” americane mentre quelli che supero alla guida della “mia” Dodge sono più che altro enormi trattori e carri che portano fieno e stallatico.

La monotonia della guida è rotta solo dall’incrocio a “T” tra la 152 e la 99, che mi rimane impresso esclusivamente per il bizzarro nome del centro abitato posto in sua prossimità, Chowchilla.

Alle otto di sera giungiamo infine a Fresno. Strade enormi e vuote. Accostiamo e cerchiamo online un albergo per la serata; optiamo per il San Joaquin Hotel che ci ispira per le foto di una piscina.

Arriviamo poco dopo e ad attenderci troviamo la concergie, una yankee di nome Nanci. Ci fa alcune storie sul prezzo concordato con il locatore online, inferiore, a suo dire, al listino prezzi dell’albergo.

Interviene Valeria, un portento nel risolvere queste situazioni di diatriba che a me creano solo imbarazzo; in men che non si dica mi ritrovo in camera, un vero e proprio appartamento stile anni sessanta, un poco demodè nell’arredamento ma sicuramente molto spazioso. è una vera e propria casa al secondo piano, affacciata a mo’ di corte e casa di ringhiera…sulla piscina! Mi piace!

Doccia al volo e siamo pronti per la cena. Ci accontentiamo di un Pizza Hut; la pizza è molto buona, forse perchè siamo letteralmente affamati. Una coca cola fa il resto.

Ritorniamo in albergo, stanchi ma felici. La prima giornata ci ha riservato scenari incredibili, che ancora abbiamo davanti agli occhi e che resteranno impressi nelle nostra memoria chissà per quanto tempo ancora.

Riguardiamo le foto che abbiamo fatto con telefoni e ci addormentiamo di sasso.

Mercoledì 24 aprile: da Fresno a Ridgecrest

Ci svegliamo presto, anche oggi il programma della giornata è ricco ed intenso.

Ma prima di fare qualsiasi considerazione scendiamo a fare colazione. Attraversiamo un giardino assai carino e curato, pieno di fiori tra cui glicini rampicanti, rose di ogni colore e le particolari sterlizie (soprannominati anche fiori del paradiso). Arriviamo ad una sorta di serra vetrata al cui interno viene disposta a self-service la colazione. Il San Joaquin è il classico “lodge” americano anche se a me sembra di essere sempre di più disperso in qualche “pueblo” messicano che si vede nei films interpretati da Benicio Del Toro.

Una colazione sana a base di toast, marmellata, latte e cereali è quello che ci serve. Ne approfittiamo per un briefing sul viaggio che completiamo in camera, cartina e tabellone in formato excel alla mano.

Si riparte, oggi alla guida Valeria. Direzione ovest, Sequoia National Park. è una delle giornate più impegnative del tour, di transizione e che in serata ci porterà a Ridgecrest, alle propaggini della Death Valley.

Dopo un’oretta arriviamo all’ingresso del parco delle Sequoie. Ad attenderci un vero e proprio “ranger” in carne ed ossa, con tanto di divisa e di inconfondibile cappello in testa. Ci fornisce una mappa, una newsletter e ci consegna la “tessera parchi”, valida per un anno intero per l’ingresso a tutti i parchi USA, alla modica cifra di ottanta dollari.

Procediamo con cautela lungo la strada che si addentra nel bosco; è incredibile notare come in soli due giorni siamo passati dal livello del mare con i suoi ventidue gradi ai duemilacinquecento metri della montagna con i suoi quindici gradi e con ancora tanto di neve! Ci fermiamo ad osservare l’orizzonte sconfinato che emerge da alcuni affacci; il bosco si fa sempre più fitto e le piante sono gigantesche. Seguiamo le indicazioni per la Generals Trees Highway, la zona con le sequoie giganti e millenarie. Non possiamo sbagliare, la strada è indicata facilmente.

Finalmente arriviamo al cospetto del primo “generale” Grant. Siamo ammutoliti davanti all’enormità di questa pianta. Le radici sono una opera d’arte e si estendono per diversi metri tutto intorno. Il tronco è di un caldo marrone terra e morbido, riusciamo a toccarlo. I rami e le foglie non si contano.

Stiamo ancora discutendo per le bellezze di questa pianta che senza accorgerci ci imbattiamo nell’altro “generale” Sherman. Ah… questa è la pianta più alta, grande, vecchia e chissà altro ancora della terra. Basti pensare che il suo tronco può essere abbracciato “solo”, si fa per dire, da ventotto persone in cerchio che si tengono per mano. Inevitabile la foto di rito, quando ci ricapita!

Dopo la bella divagazione, riprendiamo l’auto diretti verso l’uscita del parco, dal lato opposto da cui siamo entrati, in prossimità del centro di Three Rivers. Possiamo ammirare ancora diverse conifere, svariate tipologie di piante, aquilotti in volo planato sopra di noi, corvi minacciosi, scoiattoli curiosi…

Siamo contenti di aver attraversato questo parco che, all’inizio del viaggio pensavamo addirittura di saltare in caso di mancanza di tempo e che invece siamo felici di avere avuto l’opportunità di visitare.

Three Rivers ci serve per fare rifornimento di benzina (nel parco non ci sono distributori nonostante la strada sia di diverse miglia) e per cercare del cibo. Dopo aver trovato un internet café chiuso, aver scartato una pizzeria maleodorante e un messicano improbabile ci imbattiamo nel solito market dove acquistiamo dei tramezzini, coca cola, dei gustosi lamponi e delle banane.

È da poco passata l’ora di pranzo e ci incamminiamo nuovamente percorrendo ancora tutta la strada 99 e passando per Visalia, Tulare, Delano, Bakersfield fino ai bizzarri paesi di Tehachapi e Mojave, dove viriamo a ovest sulla strada 14. Siamo di nuovo a secco di benzina, non vediamo l’ombra di un distributore da svariate decine di miglia.

Un aspetto incredibile che noto in tutte queste ore di auto che Valeria si sciroppa oggi è come la morfologia del paesaggio cambi così profondamente e così rapidamente; dai boschi di sequoie siamo passati a distese di arbusti più simili a savane fino alle zone pre-desertiche di Mojave, Freeman, Inyorken e Ridgecrest dove arriviamo in tempo per gustarci il tramonto dal terrazzino della nostra piccola ma dignitosa camera al secondo piano del Best Western Sure Stay.

Il tempo di tirare fuori un cambio dalla valigia, una doccia ed eccoci ad esplorare Ridgecrest per la cena. A guidarci è il profumino di carne alla brace che fuoriesce dal Triple T’s Tavern. Del resto l’insegna luminosa che recita “Best steaks in Town” vorrà pur dire qualcosa!

È il tipico “saloon”. Tavola calda, bistecche e patatine, birre, tavoli da biliardo, maxischermi che proiettano partite di basket NBA, baseball ed hockey su ghiaccio. Il tutto in un rumore di voci assordante. Il posto perfetto per la nostra serata nel West!

Ordiniamo alle ragazze che indossano stivali, cappello, shorts di jeans e maglietta con nodo sopra l’ombelico, nonchè con la moda del momento, ciglia finte lunghissime. Così belle nella loro pacchianità… adesso sì che siamo proprio nel Far-West!

Io vado sul classico per non sbagliare e per farmi capire dalla cameriera: una mega beef tenderloin (la costata) & Budweiser. Valeria un mix di funghi, pasta macaroni&cheese e asparagi.

La carne è ottima, nonostante il sapore sia completamente coperto dal gusto dolciastro della salsa Barbeque in cui la carne pare laccata. Valeria non sembra altrettanto entusiasta, salvando funghi e asparagi e condannando impietosamente i macaroni.

L’atmosfera è gradevole e mi piace perchè si ha proprio l’impressione di essere parte integrante di uno spaccato originale di vita americana.

Due passi, giusto per digerire, attraverso le deserte strade di Ridgecrest. Sono solo le dieci e qualcosa ma sembra esserci il coprifuoco. Ci rifaremo l’indomani nell’Eldorado di Las Vegas. Rientriamo così in albergo, abbiamo bisogno di riposare per riprendere il viaggio l’indomani all’alba.

Giovedì 25 aprile: da Ridgecrest a Las Vegas

Il sole è appena sorto e filtra debole tra le tende. Sono le 6.30 e dobbiamo metterci in cammino presto in modo da attraversare la Death Valley nelle prime ore della mattina. Vogliamo infatti evitare il caldo torrido ed i possibili rischi alla macchina e… a noi stessi.

Prima però passiamo da Denny’s per fare colazione, una caratteristica tavola calda americana. Siamo forti di un buono valore consegnatoci dal gestore dell’hotel che non avendo a disposizione una sala per la colazione ha pensato bene di convenzionarsi con questo fast food. Come prima cosa ordiniamo del caffè… una brodaglia nera che la cameriera ci versa a litri nelle nostre mugs, proprio come nei film americani…

La mug di Valeria recita “Roma non è stata costruita in un giorno… ma non avevano il caffè”… Ci portano la lista dalla quale ordiniamo la tipica breakfast di queste parti: uova, bacon, toasts, pancakes, muffin, macedonia, yogurt e succo d’arancia… dovrebbe bastare fino a cena. E in effetti è così… la cameriera continua a portare da mangiare ed è impossibile finire tutto. Paghiamo, usciamo e andiamo a rifornirci di acqua e benzina.

Siamo pronti… nemmeno un’ora e siamo ai bordi della Death Valley, che approcciamo da sud, ovvero dalla prima delle tre vallate in direzione obliqua nord-sud che formano questa enorme depressione della crosta terrestre, quella di Panamint. Questa volta non ci sono ranger ad attenderci ma solo un cartello a bordo strada che recita “Welcome to Death Valley National Park”.

Lo spettacolo è bellissimo e si inizia a salire attraverso pareti rocciose color rosso fuoco verso il primo passo. Siamo letteralmente soli per miglia e miglia, così decidiamo di fermarci a fare delle fotografie epiche. Ora il paesaggio ha lasciato spazio a una landa desolata di sabbia e sassi. La temperatura è di 32 gradi alle dieci di mattina. Dalla cima del passo abbiamo la vista sulla Death Valley, un orizzonte sconfinato che si perde nell’indefinito dell’effetto riflesso della luce accecante. La nostra attenzione viene attratta da alcune farfalle di color carta da zucchero… anche nel mezzo del nulla e con le condizioni più inospitali c’è spazio per la vita!

Dal Towne Pass si scende ripidi e cartelli avvisano di controllare lo stato dei freni… peccato che non ci sia l’ombra di una officina meccanica nell’arco di centinaia di miglia e quindi il controllo delle pastiglie e del liquido frenante lascia il tempo che trova.

Lungo la strada 190, l’arteria principale, superiamo l’avamposto di Emigrant, un vero e proprio campo mobile, e giungiamo a Stovepipe Wells Village. Si tratta del centro principale, nel cuore della Death Valley. Una sorta di paese dei film del Far West, con tanto di sedie a dondolo in legno sotto l’ombra dell’unico bar disponibile. Decidiamo di comprare dell’acqua, nel comodo formato da un gallone, più o meno cinque litri. Ci siamo infatti accorti che, nonostante tutte le precauzioni lette su guide e siti viaggi nei mesi precedenti, avevamo a bordo solo mezzo litro d’acqua in due! Io credo perché Denny’s alla mattina ci aveva riempito così tanto di mangiare e bere da darci alla nausea! Sfruttiamo il benzinaio, l’unico disponibile, per rifornire anche la nostra Dodge.

Ripartiamo e ci fermiamo poco dopo per ammirare le Mesquite Flat Sand Dunes, una conformazione di dune di sabbia finissima che formano un piccolo deserto. La nostra attenzione viene colpita da un esemplare di chuckwalla, il tipico lucertolone della Valle che se ne sta beato al sole. Scattiamo qualche foto e riprendiamo la marcia sulla 190.

Ci sentiamo dei moderni pionieri a cavallo della nostra “belva” di razza. Sfrecciamo “on the road” al suono rude e potente di “Young lady, you’re scaring me” di Ron Gallo!

La guida ci propone quindi di deviare alle Harmony Borax Works, delle miniere ormai dismesse di borace, il minerale più comune di queste zone e che sorgono ai piedi del Mustard Canyon. Arriviamo così a Furnace Creek, dove è posto un campeggio ed il Visitor Center. Qui facciamo visita al museo, raccogliamo delle cartine per la mia invidiatissima collezione e facciamo delle foto di rito davanti al termometro che segna cento gradi Farheneit tondi tondi.

Furnace Creek fa da confine con l’ultimo vallone della Death, quello di Amargosa. Quasi all’uscita del parco si incontra Zabriskie Point, reso celebre dall’omonimo film di Michelangelo Antonioni. E a ben donde, direi. Lo spettacolo infatti è qualcosa di incredibile, si apre davanti ai nostri occhi una distesa di canyon, colline, avvallamenti dall’aspetto lunare e quasi inquietante. Silenzio assoluto, non fosse per qualche turista che lo rompe di tanto in tanto.

Scattiamo foto eccezionali… qui ho l’impressione e la percezione nitida di come la natura estrema si manifesti nella sua apoteosi… è qualcosa che ti toglie il fiato, che ti contrae lo stomaco ed ammetto che personalmente talvolta mi getta in una situazione di sconforto e commozione…in questi posti capisci ancora quanto, come uomini, siamo esseri minuscoli al cospetto di Madre Natura.

Usciamo infine dal parco e prendiamo la junction tra la 190 e la 373, diretti ad Amargosa. è qui che si innesta l’Interstate 95 che punta dritta a Las Vegas! Arriviamo ai suoi bordi nel primo pomeriggio. L’autostrada sembra una pista da gara e vanno tutti come dei matti.

Iniziamo la Strip, il lungo viale su cui sorgono luoghi che hanno del mitologico: il Mandalay Bay, il Luxor, il New York New York, l’MGM, l’Excalibur, il Tropicana, il Paris, il Flamingo, il Bellagio e… il Caesar Palace! Sullo sfondo l’Encore, la Trump Tower tutta dorata, il Mirage, solo per citarne qualcuno. Sono tutti hotels ma noi abbiamo scelto per il battesimo a Las Vegas di soggiornare presso l’hotel degli hotels… il Palazzo di Cesare…già, quel Cesare!

I migliori alberghi della Strip di Las Vegas

Percorrere la Strip ti fa sentire come parte di un film…ma è tutto vero! Siamo sovraesposti a troppi stimoli in troppo poco tempo, non sappiamo dove girare gli occhi, è tutto un susseguirsi di “guarda lì, guarda là…!!!”

Alloggeremo per l’occasione al Nobu Hotel, posto all’interno del Caesar Palace. Non lo conoscevo, sono onesto. Lo ha scelto e prenotato Valeria ormai da mesi ed in tema di alberghi mi fido ciecamente. È una catena di elite, fondata da due soci: tale Nobu San, uno chef di prestigio giapponese, e niente di meno che Robert “Bob” De Niro… Sì proprio lui.

L’arrivo al Caesar è complesso. Siamo in coda con l’auto al suo ingresso. Qui tutti utilizzano il Valet Parking, ovvero un sistema per cui arrivi davanti all’entrata e lasci la macchina ad un valletto, che ti scarica i bagagli e se ne va con la tua auto all’apposito parcheggio.

Facciamo qualche comprensibile errore di fila, rifacciamo più giri, per poi alla fine riuscire ad approcciare un dipendente del Nobu che ci aiuta nell’operazione di scarico e parcheggio V.I.P. Finalmente entriamo al Caesar… io sono bloccato… è un delirio di gente, suoni, luci, slot machines, tavoli verdi e, sullo sfondo della mia vista periferica, lui…Giulio Cesare, immortalato con un mosaico dorato su una biga romana trainata da cavalli bianchi. Pacchianissimo e… bellissimo.

Fatichiamo a trovare l’indicazione del Nobu ma alla fine ci riusciamo. L’ingresso è sulla destra, c’è una sala pre-accoglienza a piano terra ed alcuni ascensori che portano al concierge ad un piano superiore… quale non l’ho ancora scoperto oggi, visto che la camera era la numero 8012, e non c’è stato modo di capire il criterio della numerazione. Così, a giudicare dalla vista che si gode dalla finestra saremo al quindicesimo piano più o meno.

Al desk ci chiedono tutta una serie di informazioni e di compilare svariati moduli. Dopo un’ora di procedure di ingresso apriamo la porta della nostra camera… eh beh, che raffinatezza! Arredi dal design semplice ed efficiente, luci calde, atmosfera soft, un bagno ed un salottino da favola! E brava Valeria!

Mettiamo subito costume e pareo, per l’occasione nuovi di zecca e decidiamo di esplorare la piscina, il centro nevralgico del Palazzo. Raggiungerla non è semplice; questo posto è immenso e non ci hanno dato nemmeno una mappa. L’orientamento si perde facilmente anche perché la luce è fioca e tutti gli spazi ed i corridoi sono riempiti da slot machines. Arriviamo infine alla piscina, enorme, con più vasche. Faccio una foto davanti al Wall ufficiale del Caesar. Per i miei amici… che muoiono di invidia!

Decidiamo di mangiare qualcosa ma il servizio a bordo vasca è sospeso e quindi optiamo per un panino all’interno. È solo per tappare il buco allo stomaco (sono tanto per cambiare ancora le quattro) e siamo già riusciti nell’impresa: prenotare la cena all’Hells Kitchen, il ristorante a la carte di Gordon Ramsey.

Inganniamo l’attesa con un bel giro di perlustrazione al Bellagio, confinante con il Caesar e dotato di negozi di gran classe nonché delle famose fontane. Abbiamo la fortuna di assistere ad un pezzo dello spettacolo ed i giochi d’acqua sono molto simili a quelli delle fontane del Burji Khalifa di Dubai. C’è poi il tempo pure di un aperitivo, visto che la cena siamo riusciti a prenotarla tardi. Una bollicina per Lady Valeria ed uno spritz per il sottoscritto.

Rientrati in camera, tiriamo il fiato un secondo, prima di prepararci per la serata.

Dopo una passeggiata al meraviglioso Venetian ed al Coliseum romano, arriviamo all’Hells Kitchen, che noto essere frequentato da bella gente che fa un vociare incessante. Ci accomodiamo alle spalle della cucina a vista, con tanto di squadre color blu e rosso, proprio come nella serie tv. Ordiniamo un risotto ai gamberi delicatissimo, e un salmone al vapore molto leggero, il tutto innaffiato da un pregevole Sancerre francese. Concludiamo la cena con il dolce top: un pudding inglese, una sorta di sformatino caldo ripieno di cioccolato e accompagnato da gelato. Devo ammettere che Gordon ha insegnato proprio bene ai suoi allievi a cucinare! Chapeau! Il suo tocco di classe c’è tutto.

Pare che non si esca dal locale se non si è fatta la foto davanti alla cucina a vista, è una regola non scritta alla quale ci sottoponiamo volentieri.

Inizia la prima notte a Las Vegas! Ci facciamo tutti gli alberghi della Strip… rimaniamo estasiati dalle luci, dai suoni, dai colori, è quasi la una di notte ma la strada è piena come se fosse la una di pomeriggio. La Tour Eiffel del Paris, trasformata in discoteca è pazzesca. Superato l’Arc de Triomphe accostiamo l’MGM per poi attraversare e cacciarci nei vicoli ricostruiti di Little Italy a New York, sotto lo sguardo della Statua della Libertà.

Scendiamo piano piano verso il Bellagio per concludere nuovamente la notte al Caesar. Di tutti questi immensi alberghi la ricostruzione che mi è piaciuta di più è quella del Venetian; sembra proprio di stare in Piazza San Marco, con tanto di canali d’acqua e ponti. Tutto è curato nei minimi particolari, sobrio ed elegante.

Ormai siamo nel cuore della notte e, stravolti ma felici, crolliamo nel sonno. Che giornata, se ripenso alle mille cose fatte oggi non ho parole: non è un viaggio, non è un semplice viaggio; è una esperienza!

Venerdì 26 aprile: Las Vegas

È un risveglio di “grand classe” quello al Nobu Hotel di Las Vegas. Già, perchè al Nobu non si sono sprecati a realizzare una sala colazioni ma la servono per tutti gli ospiti direttamente in camera, all’ora desiderata. Basta compilare un menu prestampato e appenderlo alla maniglia della porta. Ordiniamo così una “continental breakfast”, a base di cappuccino, toast, brioches e frutta con yogurt. Tutto ci viene servito in classico stile giapponese, in recipienti in legno, con divisori, a forma rettangolare e usati a mo’ di piatti. Una delicatissima e profumata orchidea completa il quadretto: tres chic!

È tempo di un po’ di relax in piscina… raggiungiamo le pools del Caesar che sono già gremite di persone stese sui lettini e a bordo vasca. In realtà ne esistono diverse: c’è quella centrale, o Temple Pool, dove nel bel mezzo sorge un mausoleo con statua dorata di Augusto Cesare ed altre laterali e secondarie: la Neptune Pool, la Venus Pool, la Fortuna Pool, la Bacchus Pool, la Jupiter Pool, ecc. ecc..

La cosa buffa è che qui tutto ha nomi assurdi che rievocano Roma ed un latino bizzarro; così il bar a bordo piscina diventa in realtà lo Snackus Maximus! L’ambiente e l’atmosfera sono sfacciatamente kitsch, trash, pacchiane… aggiungete voi il termine che più vi aggrada. Ma è un kitsch dannatamente fatto bene e a noi sinceramente piace. Troviamo un posto all’ombra, un primo bagno e poi ci spostiamo su lettini al sole…che pacchia! Il sole, pur essendo aprile, è già intenso e ci sono trenta gradi; giornata da cartolina, l’ennesima. In sottofondo musica dance del momento mentre cameriere vestite da ancelle girano in cerca di ordini e comande.

La mattina scorre tutta tra bagni di acqua e di sole e nel mentre riusciamo anche a prenotare un fantastico pacchetto composto da giro in elicottero sul Grand Canyon e pic-nic incorporato per l’ora d’oro del tramonto. Pranziamo leggero con un panino presso la “food court” del Caesar, di cui ormai entrambi siamo Gold Members con tanto di tessera che ne attesta l’ambito riconoscimento.

Prima di partire per l’aeroporto, destinazione Grand Canyon, eccoci a fare un giro al nuovissimo mall di negozi all’interno del Palace, The Forum Shops, con tanto di fontana di Nettuno in scala 1:1 al suo interno e bellissime volte oscurate color azzurro che proiettano una luce crepuscolare molto romantica; sembra proprio di respirare l’atmosfera della Dolce Vita della Roma felliniana. Ci manca solo Anita Ekberg che mi chiama a gran voce dalla fontana.

Una veloce doccia ristoratrice e siamo pronti, davanti al Coliseum (versione moderna del Colosseo), per aspettare il bus dedicato che ci porterà all’aeroporto dedicato della Papillon, la compagnia di elicotteri più nota della zona. Tutto fila alla precisione; all’arrivo in aeroporto, alla periferia di Las Vegas, veniamo pesati e sottoposti ad un corso di sicurezza apposito. Il megafono chiama poi il nostro nome ed incontriamo il pilota: è un ragazzo semplice, in camiciola bianca e “Bermuda” neri, dai modi sbrigativi ma sembra ispirare sicurezza in ciò che ci spiega circa le istruzioni per salire sull’elicottero. La fortuna vuole che io e Valeria siamo destinati alle posizioni davanti, a fianco del pilota, mentre due altre ragazze siedono dietro di noi.

Allacciamo le cinture, mettiamo le cuffie ed in un attimo decolliamo.

Quello che da lì a poco ci aspetta è uno spettacolo mozzafiato che ricorderò per tutta la vita: sorvoliamo, non senza subire qualche vuoto d’aria, la mitica diga di Hoover che è enorme e che blocca le acque dell’immenso lago Mead, permettendo di ricavare energia idroelettrica per l’intero stato del Nevada. è un attimo e siamo sul tratto principale del Grand Canyon, delimitato ai bordi da due pareti a strapiombo, il North Rim ed il South Rim rispettivamente. Gli spazi sono sconfinati e individuiamo dall’alto mille strade e sentieri che attraversano il parco nazionale.

Si alternano tonalità sul marrone, il rosso, l’ocra e il giallo. Le pareti sono state scavate nel corso dei millenni dal fiume Colorado che ancora oggi ne trasporta placidamente i sedimenti di roccia, scavando giorno dopo giorno il Canyon alla sua base. La natura nella sua apoteosi; così come già successo nella Death Valley, ho le stesse sensazioni di stupore, sbigottimento e commozione. La luce del tramonto infuoca questa terra e la rende magica.

Sorvoliamo per una buona mezz’ora l’area del Grand Canyon fino ad atterrare nel cuore di questa gola, a due passi dal fiume Colorado. Scattiamo delle foto pazzesche e c’è un silenzio surreale. Ora il sole illumina una delle due pareti del Canyon creando dei riflessi accecanti. Ci viene servito un aperitivo a base di prosecco italiano, panini, patatine e frutta. Nel frattempo ci hanno raggiunto altri due elicotteri e ci uniamo a loro per il pic-nic. Decolliamo nuovamente e voliamo verso il sole al tramonto, come dei moderni Icaro ma senza che il nostro mezzo si sciolga… è un momento indimenticabile e non vorremmo mai atterrare.

Maggiori info sul tour e prenotazione

Arriviamo all’aeroporto all’imbrunire, acquistiamo la foto-ricordo e veniamo accompagnati nuovamente al Caesar.

Il tempo di fare una doccia e siamo pronti per la seconda seratona a Las Vegas. Intanto iniziamo con un bel filetto di carne cucinata alla moda newyorkese nel ristorante di fronte al Nobu. La breve attesa al desk di ingresso ne vale la pena perché il piatto è succulento, accompagnato da patatine e spinaci.

A questo punto è giunto il momento di giocare… non possiamo andare via da Las Vegas senza aver nemmeno fatto una puntata alla roulette. Decidiamo di andare dapprima al Bellagio, per studiare l’andamento della dea bendata a qualche tavolo.

Ritorniamo al Caesar, cambiamo i dollari in fiches e dietro suggerimento di Valeria punto le nostre speranze sul numero 17, nero. “Les jeux son fait… rien ne va plus”… guardiamo impazienti la pallina girare ed il monitor… poi ancora il monitor… 15, nero… No! La croupier rastrella le fiches perdenti e pone un segnaposto di cristallo sul 15. Quando la croupier mi avanza con il rastrellino una pila di fiches… realizzo che che abbiamo vinto!

Nella frenesia delle giocate contemporanee di tutti ed essendo il tavolo pieno di fiches su tutti i numeri, realizzo solo ora che ho erroneamente puntato sul 15, vicino al 17 (ormai invisibile perchè coperto da vari gettoni) ed anch’esso nero…Boom! Valeria ed io non riusciamo nemmeno a contare le monete dall’agitazione del momento! La fortuna è stata dalla nostra! Salutiamo il gioco vincenti.

Niente male per la prima serata di gioco a Las Vegas della nostra vita. Andiamo al banco cambi dove le fiches vengono convertite in bigliettoni verdi. L’euforia del gioco ci ha fatto perdere la cognizione del tempo e sono quasi le tre di notte. Ormai viviamo giornate di diciotto-diciannove ore e proprio l’indomani dovremo partire per un viaggio impegnativo verso l’incognito e le montagne dei Canyons dello Utah. Andiamo così a coricarci, stanchi ma felici. Las Vegas rimarrà nei nostri cuori.

Sabato 27 aprile: da Las Vegas a Page

Ci aspettano quasi 700 km oggi, da Las Vegas a Page, dal Nevada all’Arizona ma passando per lo Utah. E con l’aggiunta di un cambio di fuso orario. Li spezzeremo però in due parti perchè abbiamo previsto di visitare il Bryce Canyon nella mattinata e poi raggiungere Page.

Dopo la colazione in camera, a cui abbiamo fatto una piacevole abitudine, salutiamo Las Vegas con la promessa di ritornarci un giorno. è stato un soggiorno piacevole e conserverò un bellissimo ricordo di questa città, nonostante le nomee.

Dopo la Strip imbocchiamo subito l’interstate 16 in direzione nord-est Salt Lake City. Come sempre il panorama continua a cambiare rapidamente. Ora che costeggiamo sulla destra i confini dello Zion National Park l’ambiente desertico lascia posto al verde intenso di colline e foreste di abeti sul cui sfondo si stagliano cime innevate. Siamo nello Utah, lo stato dei Mormoni; dovremmo cambiare orario e mandare avanti le lancette di un’ora ma scopriamo sulla guida che in questo periodo dell’anno la differenza tra Pacific Standard Time e Mountain Standard Time rimane immutata per degli accordi di legge. Meglio così per il nostro ritmo circadiano, già abbastanza messo sotto stress dagli eccessi di Vegas.

Splende ancora il sole e la risposta alla canzone che sentiamo in sottofondo dalla nostra radio “Have you ever seen the rain”, nella versione dei Creedence Clearwater, è una sola: never!

Ci fermiamo lungo la strada per fare benzina, al Buffalo&ElkJerky di Panguitch sulla 89. è il classico avamposto disperso nella sconfinata terra americana, una struttura in legno spazzata dal vento, con la macchina del ghiaccio all’esterno ed una caratteristica torretta segnavento a cui faccio svariate foto. Lo slang degli abitanti di queste parti cambia nuovamente ed è particolarmente ostico all’ascolto. Ci intendiamo dopo qualche tentativo con la cassiera perché ci sblocchi la pompa di benzina.

Ci addentriamo sempre più nel cuore dello Utah e dopo qualche miglia eccoci al Visitor Center Village del Bryce Canyon National Park.

La cosa che mi colpisce è che il cartello riporta anche la quota di 7894 piedi che fanno su per giù 2406 metri sul livello del mare. Faccio subito il parallello che in Italia sono ben poche le strade a queste quote, forse qualche passo Dolomitico o lo Stelvio e nulla più. Questo rende bene l’idea di quanto siano diverse le proporzioni; qui percepisci chiaramente che sei di fronte ad un continente vero e proprio!

La neve infatti riempie ancora qua e là le pendici di queste montagne. Guidati dalla mappa arriviamo al Sunrise Point, il primo affaccio sul Canyon. Parcheggiamo e scendiamo dalla macchina. Quello che si apre davanti ai nostri occhi è uno scenario favoloso: migliaia di camini delle fate, di rocce ancora innevate a forma di torre, di pinnacoli che qui vengono chiamati “hoodoos”. Sullo sfondo l’orizzonte si perde all’infinito.

La natura di nuovo nella sua apoteosi come già successo al Sequoia, alla Death Valley ed al Grand Canyon ho la stessa sensazione di stupore e sgomento. Ci affacciamo su qualche roccia a strapiombo per un ricordo fotografico speciale. Senti il vento tra i capelli, il calore del sole che ti scalda la pelle, la terra rossa che si muove sotto il passo del tuo cammino. Sono emozioni così intense per un animo che ha la sensibilità di accoglierle che ti rimangono nel cuore e nella mente per sempre.

Ed è solo l’inizio… Un ranger spiega ad una platea di turisti come si formarono nel corso dei millenni queste rocce sedimentarie. Ascoltiamo la spiegazione per poi dirigerci a piedi verso il Sunset Point e l’Inspiration Point, altri due bellissimi affacci. Sono stati così chiamati in base al momento della giornata in cui danno il massimo risalto alla luce del sole che si staglia contro le rocce, rispettivamente all’alba ed al tramonto.

Perdo il conto delle foto e delle riprese video che faccio!

Riprendiamo la macchina per portarci ancora più all’interno della riserva. Una coppia di cerbiatti fa capolino a bordo strada. Un breve tratto e siamo al Bryce Point, il punto più alto a 2529 metri di quota. è un anfiteatro naturale bellissimo che domina l’intera vallata. Osserviamo increduli il panorama.

Ritorniamo quindi sui nostri passi e proseguiamo il cammino. L’89 ci porterà diretti a Page. Un percorso panoramicamente stupendo dominato dal verde delle foreste e dal rosso mattone dei Canyon. Scorci che sono identici a quelli già visti mille volte nei film western. Come a Kanab, graziosa cittadina che attraversiamo e che è lambita da numerose rocce rosse a strapiombo. Oppure a Big Water, immersa nella foresta dell’Escalante National Monument. Impressionante.

Finalmente a Page, dove all’ingresso della città attraversiamo il ponte sulla Glen Canyon Dam, a sbalzo sul Lake Powell. Fermiamo l’auto ed attraversiamo il ponte a piedi per scattare delle foto e fare qualche ripresa. Siamo proprio sulla diga e lo strapiombo è inquietante.

Entriamo in città dove avevamo prenotato dall’Italia il Best Western Plus at Lake Powell. Ci sistemiamo ed usciamo alla scoperta di Page, un crocevia fondamentale per i turisti alla scoperta del selvaggio west americano. Anche se non sembrerebbe affatto beneficiare o investire nel turismo visto che tutto si risolve in una sola strada costeggiata da qualche ristorante. Nulla di che almeno a segnalazioni di Trip Advisor che avevamo consultato dall’hotel. è arrivata la serata del cibo messicano che consumiamo da El Tapatio, uno dei pochi locali ancora aperti alle nove e mezza di sera. Gestori ed avventori messicani, nonostante siamo ben lontani dal confine.

Ordiniamo delle gustose fajitas e birra, precedute dagli immancabili nachos con formaggio. Qui non siamo certo a Las Vegas e le luci della città sono già quasi tutte spente a mezzanotte. Ne approfittiamo per rincasare e per investire nel riposo. Domani sveglia presto per una altra tappa impegnativa del nostro tour.

Domenica 28 aprile: da Page a Lake Havasu City

È una domenica calda, di sole, con una brezza che spazza via ogni nuvola dal cielo.

Consumiamo la colazione in albergo abbastanza di fretta. Alle dieci abbiamo infatti appuntamento ad un check-point poco fuori Page per una visita organizzata al celebre Antelope Canyon, un ammasso roccioso che il vento si è divertito a scavare nel corso dei millenni creando dei cunicoli e dei corridoi interni che oggi è possibile attraversare.

Il tour operator (prenotato dall’Italia per non avere sorprese dell’ultimo momento e seguendo il prezioso consiglio di alcuni siti internet) dice che ci dobbiamo presentare un’ora prima a causa del flusso di visitatori.

Saltiamo subito in macchina e dopo dieci minuti arriviamo al luogo prestabilito. Siamo in piena riserva Indiana, quella dei Navajo, un gruppo etnico di pellerossa che spadroneggiava in queste terre del west fino alla fine dell’Ottocento e che oggi è essenzialmente relegato in una ampia zona che copre Arizona, Utah, Colorado e New Mexico.

Ad accoglierci qualche ragazzo Navajo che ci indica una casetta di legno adibita ad ufficio di ricezione dei clienti. Qui mostrando la ricevuta riceviamo le indicazioni in merito all’escursione. Siamo in largo anticipo anche se alla spicciolata arrivano diverse persone, molti cinesi e coreani, americani, indiani, francesi, italiani.

Ne approfittiamo, complice anche un vento teso che solleva la polvere rossa del terreno e che si insinua persino nei denti, per salire in macchina e fare il nostro consueto briefing tecnico della giornata.

Verso le dieci ritorniamo al punto di convocazione dove una ragazza Navajo dalla battuta facile comunica le regole da seguire all’interno del Canyon ed inizia a chiamare le varie persone per predisporle su alcuni pick-up. Ci avviciniamo a lei e ci indirizza, verso un pick-up azzurro, che sarà guidato da un anziano Navajo, altissimo, con il viso incartapecorito dal vento e dal sole, dai movimenti incerti.

Ci conta e ci carica sul retro aperto del pick-up: americane di Phoenix, ragazzi francesi in USA per lavoro, una famiglia indiana di Mumbai e noi italiani. Un bel melting-pot in partenza per il Canyon.

Dopo un breve tratto lungo una strada polverosa si arriva alla bocca dell’Antelope così chiamato perchè si narra che un giorno un pastore locale perse una delle sue antilopi e se la ritrovò pacificamente addormentata in questi anfratti.

In fila indiana, e non è un gioco di parole, iniziamo ad addentrarci nel Canyon. In una parola è meraviglioso.

Il vento ha levigato le rocce in maniera superba, creando delle superficie sinuose che piegano e si incurvano su se stesse come fossero le pieghe di un ampio vestito. I passaggi tra le alte pareti sono talvolta angusti ma riservano di continuo sorprese. La fantasia infatti prende il sopravvento e ciascuno prova a vedere e riconoscere in questi massi figure di oggetti ed animali.

La guida, placidamente, prende lo smartphone di una turista, si inchina in una posizione strana e scatta una foto all’insù. Ce la mostra e rimaniamo sbalorditi nel notare che le rocce fotografate formano esattamente il profilo orografico della Monument Valley. Più avanti fa la stessa cosa con un profilo identico del presidente americano George Washington e con i tratti tipici del volto di un diavolo. Inizio a pensare che la guida sia posseduta da uno spirito guida Navajo, vede cose che noi non vediamo e ci porta a fantasticare con la nostra immaginazione. Provo a pensare cosa fosse questo Canyon all’inizio del secolo scorso, quando fu scoperto: buio, stretto, con il vento a creare sibili che potevano essere quasi dei lamenti di chissà quali spiriti ed anime disperse. Wow…

Il sole è quasi a picco sul Canyon, allo zenit. Lascia così filtrare i suoi raggi compiendo la magia che tanto avevamo letto sulle guide e visto sulle riviste in Italia. è un trionfo di riflessi, di chiaroscuri, di colori caldi ed accesi. Le rocce ora divampano come se fossero le fiamme di un fuoco infernale nel quale ci troviamo immersi a camminare. Scattiamo alcune delle fotografie più belle della vacanza. Siamo felicissimi di aver deciso di visitare questo luogo che, nella definizione iniziale del programma di viaggio avevamo considerato come opzionale a causa della sua posizione geografica, essendo il punto più a est del nostro tour dell’ovest, a centinaia di miglia dalla costa del Pacifico.

Contentissimi per la scelta fatta rientramo alla base con il solito furgoncino; poi in hotel dove carichiamo di fretta i bagagli del late check-out e riprendiamo la marcia.

È ormai quasi l ‘una e ci aspetta un lungo tragitto, dapprima verso sud e poi verso ovest, senza meta specifica ma ad oltranza.

Prima pero’ non possiamo saltare la visita di un altro luogo “must”, poco fuori il centro di Page. Si tratta dell’Horseshoe Bend, una impressionante ansa scavata dal fiume Colorado, una parete a sbalzo di svariate decine di metri di altezza e dalla caratteristica forma a zoccolo di cavallo, da cui prende appunto il nome.

Una piccola indicazione ci fa entrare in un parcheggio appositamente costruito; dove lasciamo l’auto alla “modica” cifra di dieci dollari. Un sentiero sterrato su una collina ondulata di prati in fiore ci conduce a destinazione. L’affaccio sul precipizio è di quelli da bloccare il respiro. Frontale a noi il bend in tutta la sua grandezza. Fotografie “inspirational” e riprese si sprecano. è di nuovo tempo di andare. Sulla 89 puntiamo dritti verso Flagstaff, tipico paese del West, nel cuore dell’Arizona. Da qui imbocchiamo l’interminabile Interstate 40, verso ovest.

Dividiamo le ore di guida che attraversano lande di spazi sconfinati. Il paesaggio cambia nuovamente ed i Canyon montuosi iniziano ora di nuovo a lasciare spazio ad ampie pianure semidesertiche. Siamo a sud del Grand Canyon.

Ci fermiamo giusto per un boccone, un tramezzino al pollo da Subway. Miglia e miglia di viaggio, uno dei tratti più lunghi del tour. Sono alla guida mentre in sottofondo scorre “Against the wind” di Bob Seger…

L’obiettivo è fermarsi a metà strada tra Page e San Diego. Identifichiamo come meta Lake Havasu City, un centro turistico fondato nel 1956 da un magnate americano che, leggiamo sulla guida, era talmente amante della città di Londra da comprarne nel 1968 il mitico London Bridge (ormai al collasso per il traffico sempre più crescente ed in rifacimento), da farselo smontare e spedire pezzo per pezzo in questo posto dove il fiume Colorado fa da spartiacque tra l’Arizona e la California.

L’idea balzana che leggiamo sulla guida e la posizione strategica del centro, ci convince a fermarci. Vi arriviamo al tramonto, in una luce pazzesca. Ci sistemiamo rapidi nel Lodge Travel B.W. che abbiamo prenotato ed usciamo subito, affamati. Il luogo promette bene, è un centro balneare posto nel mezzo del nulla ed entusiasti attraversiamo il London Bridge, illuminato a sera da lampioni di epoca vittoriana. Veramente raffinato!

Decidiamo di cenare in una steak house molto carina, con un nome bizzarro, Shugruès, dalle luci suffuse e dal freddo siderale dell’aria condizionata. La vista di cui si gode dal nostro tavolo sul ponte e sul Channel Riverwalk del lago Havasu è incantevole. Dopo aver chiesto all’allampanata cameriera, nello stupore generale, di spegnere o perlomeno abbassare il condizionatore, siamo pronti a mangiare.

Una insalata come entré, del filetto per me e del pollo credo per Valeria. Inganniamo l’attesa con dei nachos al formaggio, immancabili e parte del “package” ordinato. Arriva poi l’insalatona con il suo “dressing” al lime, miele ed olio d’oliva, il meno “pasticciato” che vi sia in menù. La carne è discreta e la accompagniamo con del vino rosso della Napa Valley.

Sfruttiamo la bionda cameriera per chiederle dei consigli sulla visita della città. Ci indica alcuni luoghi essenzialmente lungo il fiume, poco visibili al momento a causa dell’oscurità. Facciamo poi ritorno all’albergo dove ci corichiamo ancora una volta stanchi ma felici.

Lunedì 29 aprile: da Lake Havasu City a San Diego

Ci prendiamo qualche ora di riposo in più, consapevoli che ormai abbiamo coperto buona parte del tragitto che entro sera ci porterà a San Diego. Dopo una discreta colazione consumata al nostro hotel, a base di pancakes, toasts, marmellata e caffè nero, siamo pronti per esplorare questa intrigante cittadina di Lake Havasu.

Partiamo come sempre dal London Bridge, il cuore nevralgico del paese e, dopo aver attraversato un grazioso giardino che prende il nome altisonante di Hyde Park, arriviamo su quello che potremmo definire l’Embankment, ovvero il lungofiume che qui prende il nome di Channel Riverwalk.

Iniziamo così una bellissima passeggiata mattutina e per un attimo sembra di essere sulle rive del Tamigi. Complice forse anche il cielo a tratti plumbeo, una luce opaca ed il vento teso. Lungo il cammino ci imbattiamo in bar e locali, moli per il noleggio di pedalò, canoe e barche, campi da golf e da beach volley, aree pic-nic in mezzo alla brughiera e moltissime persone che corrono, accompagnano il cane o semplicemente passeggiano placidamente.

Tutti hanno un volto sereno e pacifico, ci salutano, o semplicemente accennano un sorriso. Mentre discutiamo di tutto questo arriviamo all’imbocco del porto fluviale, segnalato da un faro di mattoni rossi, in classico British Style. Si apre ora un parco pubblico, Il Rotary Park, che sfocia direttamente sul Lake Havasu, con tanto di spiaggia dalla sabbia dorata e palme tropicali. Sull’estremità opposta un circolo di sport nautici. Ritorniamo infine sui nostri passi, scattando qualche foto alle cabine telefoniche londinesi all’interno di Hyde Park.

Ricorderemo per sempre questo simpatico centro, che val pure una visita per chi proviene dall’Arizona e si trova ad essere diretto verso l’Oceano.

Ma ora è tempo di ripartire. Caricati i bagagli sull’auto, imbocchiamo la 95, un sentiero tortuoso che segue le anse del Colorado che fa da confine tra Arizona e California. Il primo pezzo di percorso è sostanzialmente insignificante e da registrar abbiamo solo la fermata a Parker, alla pompa di benzina con annesso locale Terriblès. Io lo ricorderò per tre motivi: il caffettone king size aromatizzato al choko che decide di prendere Valeria, il gigantesco bandierone USA innalzato sul tetto del locale (le cui dimesioni competono con quello sul pinnacolo della Casa Bianca) e la quantità di scarafaggi enormi sia nel bagno degli uomini che in quello delle donne: bestie da far paura!

Paghiamo veloci caffè e benzina e ce ne andiamo. La 95 lascia subito dopo il posto alla 62, direzione west, nel circondario di Blythe; “Welcome to California” recita un cartello sulla destra, che ci fermiamo a fotografare; inizia così una delle strade più belle del tour, sapete di quelle classiche che si vedono nei documentari di viaggi nel West: dritte per decine di miglia, ondulate su e giù e senza anima viva. L’orizzonte si confonde con i riflessi creati dal sole e dalla luce a picco; il vento spazza alcune balle di fieno ed erba essicata, facendole rotolare sui bordi, proprio come nei film. Attraversiamo piccolo villaggi serviti solo da strade sterrate, con le cassette postali tutte ammassate al bordo della main road…selvaggio ed affascinante allo stesso tempo.

La 62 sbocca nella Interstate 10. Qui procediamo spediti fino a lambire il Joshua Tree National Park, con le sue famose piante grasse di yucca. Decidiamo di addentrarci fino al Visitor Center per scattare qualche foto. L’ambiente è di nuovo semidesertico ed è il cielo azzurro, con nuvole che paiono panna montata portate dal vento, a colpirmi più di tutto. Ma ormai, dopo giorni di avventura e parchi, siamo attratti dal sole e dalla bella vita della California. Non stiamo più nella pelle.

Lungo il tragitto incontriamo luoghi “cool” dove decidiamo di fermarci di passaggio: in primis Coachella, diventato un posto “cult” per il suo festival musicale di primavera. Appare anonimo, nonostante la kermesse hippie si sia appena svolta, e di chiaro stampo latino-messicano.

Arriviamo poi a Palm Springs, posto di residenze di ricconi americani e personaggi famosi. In effetti il villaggio è molto elegante e raffinato, con le tipiche palme californiane, dal tronco altissimo, e giardini fioriti. Ne attraversiamo il centro, alla ricerca di qualche locale dove cibarci. Ci perdiamo nel parcheggio dall’aeroporto, finché a fatica troviamo un centro commerciale. Entriamo in un supermercato con prodotti d’elite, tutti di importazione, di cui molti italiani.

Optiamo per un tramezzino al tacchino e della macedonia, che consumiamo appena fuori, su alcuni tavolini all’aperto. Tutto molto gustoso. Ci fa compagnia il sottofondo delle risate di alcuni anziani che si godono il tempo libero sotto il sole californiano.

Riprendiamo l’Interstate dopo la piacevole pausa, non prima di aver attraversato una breve tempesta di sabbia causata da un piccolo deserto ai bordi della strada secondaria, la 111. Andiamo incontro ad un nuvolo minaccioso ma che crea un cielo dai colori incredibili, dai riflessi violacei e contro il quale si stagliano delle lussureggianti colline di un verde smeraldo.

Per tagliare il traffico losangelino e buttarci a sud-ovest verso San Diego prendiamo dei tragitti alternativi. Ormai sono diventato un esperto di cartine e come un moderno Virgilio faccio “navigare” Valeria, alla guida, sulla 79, un lembo di pista nel bel mezzo di colline e brughiere che par la Scozia. Sarà il cielo, sempre minaccioso, sarà che non c’è anima viva, ma pare proprio di stare nelle Highlands… manca solo che sbuchi all’improvviso Mel Gibson a capo dei suoi Bravehearts!

Dopo Hemet, finalmente ci allacciamo alla Interstate 15, in un punto dal nome bizzarro: Temecula. Ormai puntiamo decisi verso sud, dove uno splendido arcobaleno pare quasi indicarci la strada verso San Diego.

Vi arriviamo verso le sei di sera e con estrema facilità troviamo sia il parcheggio pubblico che l’albergo. Siamo nella parte moderna, Downtown East Village ed alloggiamo presso l’Hotel Indigo. Camera ampia, dalla bella vista, bagno spazioso e c’è pure un rooftop in cima, oltre ad un bel bar di design al piano terra.

Ci facciamo consigliare diversi locali in cui poter mangiare e la scelta cade sul Cowboy Star, una steak house a pochi isolati di distanza.

Il ristorante è decisamente “in” e dall’atmosfera raffinata. è pienissimo e dobbiamo aspettare una mezz’oretta. Inganniamo l’attesa bevendoci un bianco californiano al bancone dell’American Bar del C-Star, servitoci dal barman che ci dice che in città c’è tantissima gente per via di una sorta di fiera ed esposizione.

La cena è spaziale, passiamo da una “mise en bouche” delicatissima servitaci su un cucchiaino ricurvo al piatto forte, un succulento filetto di manzo su un letto di asparagi e del purè a contorno. Un vino rosso fermo francese della Borgogna fa il resto. Coupe de theatre finale, un cannolo ricoperto al cioccolato che pare un’opera d’arte e che mi dispiace, fino ad un certo punto, doverlo distruggere per mangiarlo.

Ma la serata è ancora all’inizio… e finalmente qui ritroviamo gente, luci e movimento fino a tarda sera.

Un breve tratto a piedi nel cuore del caratteristico quartiere di Gaslamp Quarter e siamo al Marriot, al cui ventiduesimo piano abbiamo l’Altitude SkyLounge, un rooftop da urlo, con sala centrale illuminata dai neon e due terrazze su due lati opposti della città. Lo spettacolo che si gode da quassù è qualcosa di impagabile. Siamo in mezzo a grattacieli e palazzi signorili. Sorseggiare un drink all’aperto è puro piacere e puro relax. Guardiamo la città rapiti dalla magia delle luci notturne, cullati dal sottofondo musicale tipicamente lounge, insieme a gente divertente.

Wow!… Sei proprio bella San Diego!

Martedì 30 aprile: San Diego

Nemmeno la leggera pioggerella oggi ci può fermare! Ci svegliamo presto e di buona lena andiamo a fare una corsetta al Balboa Park, il parco cittadino. Definirlo parco è riduttivo visto che dalla mappa mi sembra esteso come l’intera città di Milano! Vero è che riesco a fare una corsa di un’ora senza mai ripercorrere gli stessi sentieri! Si tratta di un luogo polifunzionale in cui sono immersi: un planetario, lo zoo, tutti i musei della città, giardini botanici, ecc…

Suggestiva è la ricostruzione che è stata fatta del Museo Prado di Madrid, che è stato replicato in un palazzo in tutto e per tutto uguale. Oppure la ricostruzione del Globe Theatre di Shakespeare. O ancora la piacevole creazione di un coloratissimo pueblo messicano adibito ad accogliere le officine di artisti e pittori. O, infine, la mirabile creazione di un giardino alla giapponese, con tanto di bonsai e specie protette, di uno spazio interamente dedicato alle rose di ogni colore e di uno dedicato a piante grasse secolari. Insomma vi sono attrazioni per tutti i gusti!

Correre in mezzo a questa oasi di natura e di pace è un vero piacere. Valeria ne approfitta per qualche esercizio di fitness. Il posto è così bucolico che decidiamo di ritornarci successivamente per una bella passeggiata alla scoperta di tutti i luoghi descritti. Ma, prima, una bella doccia e una supercolazione, dato che un po’ di moto ci ha resi affamati. Anche questa volta seguiamo il consiglio della receptionist dell’Indigo ed approfittiamo dell’ora che si è fatta per un “brunch” nel pieno senso della parola.

Qualche isolato dopo il nostro si trova il The Mission, un cafè ristorante specializzato nelle tipiche colazioni all’americana. Ormai è quasi mezzogiorno e quindi ordiniamo: uova, toasts, frutta e macedonia, yogurt con granola, caffè nero e succo d’arancia. Tutto tantissimo, tutto buonissimo! è un bellissimo momento di relax, è uno di quegli istanti in cui ci sentiamo immersi nella quotidianità della vita di questa nazione ed è quasi magico!

Di fianco noi alcuni ragazzi stanno mangiando e lavorando insieme guardando il monitor di un computer portatile. Dall’altro lato alcuni adolescenti stanno facendo una chiamata con “facetime” all’altro capo del mondo. E dietro una famiglia latina consuma allegramente il suo pasto. è uno spaccato dell’America di oggi: multiculturale e multirazziale, immersa nell’era digitale e terribilmente più avanti di noi europei.

Dopo il lauto pranzo siamo pronti per affrontare il resto della giornata. Intensissima come sempre. Dapprima ritorniamo al Balboa Park, dove ne visitiamo in dettaglio ogni suo angolo. Poi, spostandoci in auto, ci dirigiamo verso la Old San Diego, una Town che sorge sulle antiche origini latine di questa città, laddove gli spagnoli alla fine dell’Ottocento fondarono dei centri coloniali noti come Mission, perché generalmente create da missionari religiosi con lo scopo di evangelizzare le popolazioni locali al cattolicesimo.

Oggi questa parte di città è di impronta prettamente messicana, con tanto di ricostruzioni di ranches, saloon e pueblos del Far-West. Tutto appare però un po’ pacchiano e consumistico, con una sfilza di negozi e bancarelle dagli oggetti improbabili. Sono inoltre in corso i preparativi per la “fiesta del Cinco de Mayo”, una sorta di giorno di celebrazione dei rapporti tra Stati Uniti e Messico ed è tutto addobbato con festoni colorati e striscioni.

Dopo aver visitato anche questa parte di città, prendiamo di nuovo la macchina e ci fiondiamo a tutto gas dalla parte opposta, sulla penisola del Coronado, collegata al resto di San Diego da un avveniristico ponte ricurvo e sopraelevato sul mare. In sottofondo iniziamo a sentire le prime stazioni radio interamente in lingua spagnola, che trasmettono musica raeggeton, la moda degli ultimi anni. Arriviamo al mitico Hotel Del Coronado, ai locali noto come Del, una magnifica struttura in mattoni, bianca e rossobruna, dall’aspetto Belle Epoque. Ci concediamo una passeggiata sul lungo mare che ne costeggia i suoi confini e su cui si affacciano le depandance di alcune camere favolose, vere e proprie ville dal sapore coloniale, con terrazzini ben curati, ventilatori a pala a soffitto e piscine indipendenti.

Tutto ha uno charme indescrivibile ed il profumo del mare spinto dalla brezza tesa che costantemente spira sull’Oceano completa il quadro di un’atmosfera idilliaca. è un momento in cui percepisco una grande pace ed una serena tranquillità.

Rientriamo in albergo dove ci prepariamo per la serata. La prima tappa è un calice di champagne al nono piano del nostro albergo, dove vi è un bellissimo rooftop da cui si guarda alla parte sud della città, con lo stadio di baseball, il Petco Park, ed in lontananza il mare.

La luce opaca della giornata, che inizia a lasciar posto all’imbrunire, è ora sostituita dalla luce brillante ed accesa del fuoco di uno “spitfire”, i moderni camini da spazi esterni che tanto sono di moda qui in USA. Creano un effetto di calore molto bello oltre ad essere stilisticamente veri e propri oggetti di design.

Un aperitivo piacevole a cui segue una cena altrettanto di gran classe. Sempre seguendo il consiglio della famosa receptionist, ormai “amica” di Valeria, optiamo per un ristorante di pesce nel cuore del Gaslamp Quarter, Osetra, come il nome di un tipo di ostrica. E in effetti partiamo proprio da un antipasto a base di questo prelibato frutto di mare.

Ci viene servito da una cameriera minuta, bionda e dagli occhi di ghiaccio. Nonostante il suo perfetto inglese, ipotizziamo sia di origine russa, come poi ci viene confermato dalla stessa. Continuiamo con un tonno scottato al sesamo in agrodolce per me e una sogliola ripiena per Valeria, annaffiando il tutto con del Sancerre francese.

Non posso non chiudere cedendo alla mia proverbiale golosità, con un bel dolce. Nella lista molti desserts proposti sono di chiara origine Italiana e scopriamo infatti dalla cameriera che i padroni sono siciliani. Vado dunque sul sicuro con un bel cannolo di ricotta.

Ci godiamo proprio questa cena, rievocando tutti i bei momenti trascorsi finora in questa decina di giorni vissuti come nomadi. Le luci del locale, sviluppato su due piani, sono suffuse e creano una atmosfera languida. Fuori dalla finestra la vita di Gaslamp scorre frenetica tra mille suoni e colori. Terminata la cena facciamo due passi fino al Civic Center Plaza, che appare ormai deserto e colonizzato da diversi clochard pronti a trascorrervi la notte.

A breve distanza giungiamo al The Nolen, un rooftop dove decidiamo di chiudere questa stupenda serata con un drink. San Diego da quassù appare placida e tranquilla, una metropoli ancora a misura d’uomo, nella quale ci siamo trovati entrambi così bene da non far fatica ad ammettere di volerci vivere.

Mercoledì 1 maggio: da San Diego a Los Angeles

Ci prendiamo un po’ di tranquillità in questa mattina, per goderci gli ultimi momenti in una delle più belle metropoli che mi sia capitato di visitare. La luce del primo mattino filtra appena dall’enorme finestrone a vetri della camera. Scendiamo per fare colazione al bancone dell’american bar dell’albergo. Ordiniamo come sempre del caffè e del succo di frutta, per me un muffin e per Valeria uno yogurt con granola, entrambi della frutta.

Oggi vogliamo goderci un po’ di mare, sulla Interstate 5, che ci porta da San Diego a Los Angeles. Decidiamo pertanto di trascorrere alcune ore a La Jolla, un centro balneare del suburb di San Diego, le cui spiagge mozzafiato sull’Oceano erano a noi note già dall’Italia per alcune fotografie e per la consultazione di alcune guide.

Il luogo non tradisce l’attesa. è un posto fantastico. Sarà la splendida giornata di sole, sarà la brezza marina che ci scompiglia i capelli, ma tutta l’atmosfera è un qualcosa di emotivamente eccezionale. Percorriamo il Boulevard centrale, costellato di negozi eleganti, tra i quali addocchio alcuni oggetti per la casa.

Per il momento puntiamo diretti all’Oceano. Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi al termine della via principale è bellissimo. Un ampio giardino pubblico di palme degrada via via verso il lungomare da cui parte un tappeto di fiori colorati, lilla ed arancio, che lascia poi spazio alla spiaggia sabbiosa.

Le onde del Pacifico si infrangono pigre contro alcuni scogli, facendo volare via alcuni gabbiani. Diverse colonie di leoni marini dormono e giocano sull’arenile. Lo sguardo è portato a perdersi all’infinito, oltre la linea blu dell’orizzonte dove cielo e mare si incontrano. È ancora una volta, l’ennesima in questo tour, la natura incontaminata che si esprime nella sua massima apoteosi. Una passeggiata e qualche foto. Ci godiamo appieno il momento.

Ritorniamo poi nel centro di La Jolla dove mi dedico ad un po’ di shopping e dove pranziamo in una gastronomia dai piatti pronti molto gustosi: cous-cous e torta salata per me, una insalata alla quinoa per Valeria. Ci sediamo all’aperto, ai tavolini fuori dal locale. Prendiamo quindi un caffè da asporto in un bar poco distante, dove la commessa, sentendoci parlare in italiano abbozza un saluto nella nostra lingua. Ci dice sorridente che sta facendo un corso di lingua Italiana presso una scuola della città. Le facciamo gli auguri per il proseguo dei suoi studi.

È tempo di rimettersi in marcia, destinazione L.A.! Scegliamo volutamente di proseguire lungo la strada costiera, che è sì più lunga ma ci permetter di poter ammirare le bellezze dei promontori che si gettano nel mare. Attraversiamo luoghi mitici della California come Oceanside, San Clemente, Laguna Beach, Long Beach, ecc… Fino ad arrivare ai bordi della mega area metropolitana che forma questa città.

Piano piano il traffico aumenta e procediamo a tratti. La noia dell’attesa in coda è però ingannata dalle nostre chiacchiere e dal sottofondo del raeggeton latinoamericano delle radio locali. Una in particolare, mega 96.3 f.m. diventa il nostro punto di riferimento e sarà il faro di questi giorni. Trasmette una ventina di canzoni a ripetizione, che sono però delle hits inconfutabili. Ci facciamo piano piano una cultura sul tema musicale e su i suoi principali interpreti.

Entriamo nel cuore di Los Angeles intorno alle cinque del pomeriggio, in piena ora di punta e con un traffico in delirio. Fortunatamente riusciamo a svicolare ora qua, ora là, cambiando via via corsia e raggiungendo il centro di Korea Town, che, come dice la parola, è il punto di aggregazione dell’etnia di questa nazione, una delle tante che formano il crogiolo di razze che abitano Los Angeles. Le insegne di negozi, cartelli, pubblicità sono ora bilingue e compaiono ovunque ideogrammi coreani.

Finalmente arriviamo al The Line, l’albergo di design post-industriale scelto per questa città, consigliatoci da una amica di Valeria che vi ha soggiornato. è un palazzo completamente in vetro, caratterizzato da quattro colorazioni che dovrebbero rappresentare gli elementi terrestri: sole, cielo, terra, mare. La macchina viene presa in custodia da un valet-parking mentre facciamo il nostro ingresso nella hall, immensa.

Il tempo di sistemarci ed usciamo per un po’ di shopping in un mall all’aperto poco distante. Ritornati in hotel, ci prepariamo per la serata. Con un taxi guidato da una simpatica ragazza di colore ci facciamo lasciare in Hollywood Boulevard, per percorrere a piedi una delle Strip più famose d’America e direi del mondo. Moltissime luci, gente ovunque, artisti di strada e clochard popolano questa arteria. Arriviamo alla celebre Walk of Fame dove ci divertiamo a trovare i nostri beniamini di cinema, tv e musica. Scattiamo foto a raffica alle stelle ed alle impronte di mani e piedi conficcate nel pavimento.

Fatichiamo a trovare un ristorante decente, pur essendo L.A. ed optiamo quindi per una scelta che qui è sicuramente un “must”: In&Out, una catena di fastfood tipicamente californiana. Anche questa esperienza riteniamo debba essere provata!

E così in un attimo siamo in coda da In&Out, dove ciascuno fa la fila per chiedere hamburger e patatine. Bibite incluse a volontà. Ed è anche questo uno spaccato di America: i commessi e gli addetti alla preparazione del cibo, tutti immigrati (latinos, asiatici, di colore), un pazzo che parla da solo in modo alterato, un gruppo di ragazzetti afro, latinos ovunque e… ah sì dimenticavo, due italiani elegantissimi!

Dopo aver ordinato ci consegnano un biglietto con un numero sopra: saremo chiamati al megafono. Mentre trovo a fatica un posto a sedere tra due ragazze della “corrente” dark ed un gruppo di giovani afro, Valeria recupera cibo e bevande.

Mangiamo il tutto da un vassoio di carta; un panino buono, dai sapori decisi e succulenti, e delle patatine senza infamia e senza lode. Direi soddisfacente nel complesso e sicuramente economico, visto che ci costa meno di venti dollari. Sfruttiamo il wifi per identificare un rooftop nei paraggi, il Mama Shelter, che diventa il nostro prossimo obiettivo di serata.

È quasi mezzanotte ma confidiamo che siamo a Los Angeles. Sbagliamo… dopo aver camminato di gran lena lungo uno stradone buio ed abbastanza malfamato, arrivati ai piedi del grattacielo scopriamo che il locale è già chiuso. Non disperiamo e in lontananza vediamo le luci al neon di un night club, dove un crocchio di persone in eleganti abiti da sera, e tutte di colore, è in attesa di entrare. Ci avviciniamo per vedere che possibilità vi siano di entrare ma constatiamo essere una sorta di evento privato di ricconi e due energumeni sulla porta di ingresso ci fanno desistere da ogni minima intenzione.

Riprendiamo la strada maestra, Hollywood Boulevard, che ormai, data l’ora tarda, si è fatta deserta e popolata solo da clochard e sbandati. Abbastanza intimiditi da tutto ciò e con una non bella impressione di una parte centralissima della metropoli, chiamiamo quasi subito un taxi e facciamo rientro al nostro caro ed accogliente The Line.

Giovedì 2 maggio: Los Angeles

Abbiamo grandi progetti per oggi: vogliamo infatti goderci le spiagge di Santa Monica e di Venice Beach, famose in tutto il mondo. Prendiamo quindi al volo un caffè nero da asporto ed un cookie al cioccolato che consumiamo in macchina per non perdere tempo. Abbiamo un buon quaranta minuti di Interstate, come al solito Los Angeles è congestionata da un traffico intenso. Li spendiamo senza accorgercene ascoltando raeggeton alla radio, di cui ormai siamo “addicted”.

Finalmente arriviamo a destinazione. La prima tappa è il molo di Santa Monica, che raggiungiamo dopo un breve tratto di lungomare e dove entriamo da Bubba Gump, il ristorante di gamberetti cucinati in tutte le forme e reso celebre dal film cult “Forrest Gump”. Ci spostiamo poi verso l’interno di questa elegante parte di città, percorrendo Ocean Avenue, la mitica arteria immortalata in numerosissime fotografie e caratterizzata dalle tipiche palme dal tronco altissimo. Il centro è tutto un susseguirsi di boutiques. Ne approfitto per fare un po’ di shopping.

Ritorniamo nuovamente sulla costa e ci concediamo una bella passeggiata lungo Palisades Park, un polmone verde incastonato tra mare e città. Sui viottoli che lo attraversano incontriamo molti locali, innumerevoli turisti ed abbiamo anche l’occasione di vedere tantissimi scoiattoli che attiriamo a noi con l’aiuto di qualche mandorla che abbiamo in tasca. Che carini che sono! Il parco si riallaccia al lungomare, ora pieno di gente che cammina, corre, se la spassa in bicicletta e coi monopattini. Si respira una atmosfera fantastica! Tutto è molto rilassante.

Camminiamo a lungo, per svariati chilometri. Siamo arrivati alla fine di Santa Monica ed all’inizio di Venice Beach. Stanchi ed affamati, decidiamo di noleggiare un “bird”, ovvero un monopattino. Tutto è molto facile: basta scaricarsi una applicazione sullo smartphone e registrarvi una carta di credito. Aprendo l’applicazione compare la mappa della zona circostante su cui vengono evidenziati dei puntini viola in corrispondenza del posizionamento GPS dei monopattini. Una volta raggiunti questi mezzi possono essere sbloccati leggendo tramite la fotocamera del proprio telefono un QR code impresso sopra. Il monopattino viene sbloccato ed è pronto all’uso. Una spinta decisa per vincere l’inerzia e via, il gioco è fatto! Vi sono due pulsanti, con uno si accelera e con l’altro si frena. Scorrazzare per Venice beach è ora un gioco da ragazzi e…è divertentissimo!!! Ritorniamo bambini, facciamo a gara a chi va più veloce, ci facciamo video e scattiamo foto a vicenda.

Venice è decisamente hippie, nel senso che è piena zeppa di clochard, barboni, gente che parla da sola, sfasati di ogni sorta. Alcuni suonano, altri dipingono, diversi fumano. Nessuno ci importuna ma non è sicuramente un bel vedere. Scatto una foto ad un murales gigantesco di Marylin Monroe e Jim Morrison per poi riprendere il giro. Superiamo anche la “muscle gym”, dove, recita il cartello, ha avuto origine quello che oggi si chiama fitness e che si è diffuso in tutto il mondo. è una palestra all’aperto sulla spiaggia in riva al mare.

Ci fermiamo per il pranzo che ormai sono le due passate. Optiamo per un posto decisamente “cool”, il The Venice Whaler, disposto su due piani e nel quale troviamo posto sul terrazzino all’aperto al primo piano. Ordiniamo ad una biondina con le ciglia finte un gustosissimo burger con patatine e litri di coca cola. La clientela è un misto di turisti e gente locale. Trascorriamo volentieri un po’ di tempo qui, comodamente appollaiati sul nostro trespolo.

Appena dopo pranzo percorriamo il The Venice Fishing Pier, un lunghissimo molo che si spinge per qualche centinaio di metri sul mare. Soffia una brezza tesa, oceanica. Scattiamo delle foto bellissime. Instancabili saliamo nuovamente sui nostri monopattini e ci dirigiamo all’interno di Venice, dove si trovano alcune vie caratteristiche (tra cui Abbot Kinney Boulevard) con bellissimi murales artistici sulle pareti delle case. Ne approfittiamo per fare ancora moltissime fotografie.

Arriva un momento di pausa con un buon caffè in un locale bellissimo, Kreation Organic, a metà tra un bar ed un negozio di oggettistica, dove ci troviamo a consumare su alcune gradinate in legno ed erba finta. Un posto bellissimo e tranquillissimo, isolato dalla frenesia di Venice. La giornata davanti a noi è fortunatamente ancora lunga e decidiamo di andarci a godere le ore che precedono il tramonto in spiaggia. Stendiamo il nostro telo e ci sdraiamo.

La mia attenzione è rapita dal rumore di sottofondo delle onde dell’Oceano che si infrangono placide sul bagnasciuga. La spuma è color oro per i riflessi infuocati del sole al tramonto. Sono parte di un quadro. è proprio così che avevo sognato la California!

È ormai arrivata la sera. Facciamo rientro al The Line per sistemarci un attimo. Ci attende infatti la serata rooftops! Che nella città degli angeli promette di essere fantastica. Iniziamo con un bell’aperitivo, una bollicina per entrambi, in cima all’Ace Hotel, nel cuore di Downtown. Si tratta di un locale veramente “cool”, diviso in due parti: una interna dove è in corso una “comedy live” di un comico di colore ed una parte esterna, con lettini a bordo piscina. Decidiamo di sorseggiare il nostro vino sdraiati su due di questi, con lo sgaurdo all’insù. C’è una stellata incredibile e la vista sui grattacieli è mozzafiato.

Terminato il nostro aperitivo, in un attimo raggiungiamo il vicino The Standard, grattacielo che ospita un elegante albergo. Consumiamo la cena al ristorante al piano terra; un locale dalle luci soffuse che creano un ambiente raccolto e raffinato; cibo a base di carne, una bistecca per me e un burger per Valeria. Non ci soffermiamo a lungo perchè vogliamo poi goderci la notte al rooftop all’aperto e con piscina, posto in cima. Qui, con un drink in mano, ci sdraiamo sui comodi sofà, disposti intorno a spitfires da cui esce un caldo focolare. Tutto intorno a noi moltissimi ragazzi apprezzano la vista dei grattacieli illuminati e delle migliaia di luci colorate. In sottofondo musica lounge e suoni di sirene di ambulanze e polizia.

Tutto questo forma un insieme di suoni e di colori “metropolitani” che creano un emozione che non dimenticherò mai…

Venerdì 3 maggio: Los Angeles

Il risveglio è questa mattina caratterizzato da un velo di malinconia; oggi è l’ultimo giorno del nostro viaggio. Per l’ultima volta rifacciamo valige e bagagli… ho qualche difficoltà a farci entrare tutto, a causa del mio shopping, delle mie scartoffie e del mio disordine! Scendiamo nella hall del The Line per saldare il conto. Sfruttiamo il bar interno per l’ultima colazione: un cappuccino con un cookie.

Riprendiamo la macchina e ci dirigiamo ad Hollywood! Come prima tappa saliamo al Griffith Observatory, che raggiungiamo dopo una breve passeggiata, posto in cima ad una collina di un immenso polmone verde. Da qui si domina l’intera città e si ha la percezione di quanto sia enorme Los Angeles. Case, palazzi e grattacieli che si perdono a dismisura. La giornata è bella e calda ma un poco di umidità vela l’orizzonte.

Alle spalle dell’osservatorio la celebre collina con la scritta di Hollywood a caratteri cubitali che vale una foto. Scendiamo al punto dove avevamo lasciato l’auto e ci dirigiamo ora verso Beverly Hills. Vogliamo concludere la nostra giornata con un giro per le vie di questo quartiere, dove ammiriamo ville stupende, che si susseguono senza sosta. Palme verdissime e bouganville rigogliose donano a queste vie una eleganza unica. A piedi ci concediamo una bella e lunga camminata per le vie di Rodeo Drive, Sunset Boulevard e Santa Monica Boulevard.

Rodeo Drive è la mecca dello shopping; ci sono tutti ma proprio tutti i marchi più famosi di abbigliamento, gioielli, orologi, ecc. ecc. Gli stilisti più importanti e le case più blasonate hanno qui un loro punto vendita. Ci lustriamo gli occhi, entriamo in qualche negozio, facciamo foto alle bizzarrie della moda californiana, esposta sia nelle vetrine che addosso a qualche individuo “sui generis”. è tutto molto divertente!

Ripartiamo, lungo il pezzo conclusivo della mitica Route 66. Direzione aeroporto. Dopo una buona mezz’ora di guida arriviamo al deposito delle auto a noleggio. è giunto il momento di separarci dalla nostra cara Dodge Journey. è stata una compagna di viaggio indimenticabile. Una avventura lunga 2345 miglia pari a 3774 chilometri! Le lancio di sfuggita un ultimo sguardo, quasi a volermi imprimere per sempre nella memoria la sua forma sinuosa, il suo bianco cangiante.

Saliamo su un bus-navetta che ci porta al terminal delle partenze internazionali. Ci cambiamo per il viaggio di ritono; il check-in per Milano scorre liscio e senza intoppi. Utilizziamo il Duty Free per le ultime compere, tra cui i famosissimi cioccolatini di Ghirardelli. Pranziamo in un wine bar veramente carino. Una insalata per Valeria, un tramezzino per me. Il tutto abbinato a tre gradevoli assaggi di vino. Ecco che chiamano il volo… espletiamo le procedure di imbarco, disponendoci sul lato sinistro dell’aereo, che risulta praticamente al completo.

“Cabin crew…ready for take-off”…Il nostro Air Italy si libra in volo all’ora del tramonto. Si dirige verso l’Oceano Pacifico, facendoci ammirare per l’ultima volta il caldo sole della California. Sotto di noi distinguiamo chiaramente la costa di Santa Monica; pare ancora di essere lì. Una rapida inversione di rotta e siamo ora sopra Los Angeles. Dall’alto è semplicemente impressionante per la sua estensione.

Guardo fuori dal finestrino fino a che il sole non va a coricarsi, quasi all’altezza di Las Vegas che riconosco per l’arcobaleno di luci in mezzo al buio del deserto. Abbasso la tendina e guardiamo un film mentre ci servono la cena. Il volo scorre lento ed infinito, tra sonni, risvegli, cibo… La colazione segna l’arrivo sull’Europa e lo scattare di un nuovo giorno.

Sabato 4 maggio: ritorno a Milano

Ora la mappa interattiva dell’aereo indica che siamo sopra le Alpi francesi; sono completamente innevate, mentre eravamo a goderci il sole della West Coast abbiamo sentito di un freddo anomalo in Italia ed in Europa in generale, che ha portato ancora neve alla fine di aprile!

Gli ultimi preparativi frenetici del personale di bordo anticipano il momento dell’atterraggio a Milano ed il termine di un viaggio indimenticabile.

Conclusioni

Ci sarebbero così tanti pensieri da fissare per sempre con lo scritto, a conclusione di questo diario… Da che cosa posso partire?

Vorrei iniziare dalla luce…

La luce di quel sole che ci ha fortunatamente accompagnato per l’intera durata del viaggio. Come è ancora vivido il ricordo del Golden Gate Bridge di San Francisco illuminato dai primi raggi del mattino, o lo splendore della costa del Big Sur baciata a picco dal mezzodì o ancora Santa Monica, incendiata al crepuscolo.

La luce del cielo azzurro, così puro ed immacolato sulla Death Valley, attraversato da nuvole stupende che sembravano “panna montata” nel Bryce Canyon, o striature tese dal vento sulla costa di La Jolla. La luce colorata dei mille grattacieli nelle lunghe notti di San Francisco, Las Vegas, San Diego, Los Angeles, ammirata da rooftops mozzafiato.

La vera magia è che questa luce è entrata in noi, nei nostri occhi, nelle nostre menti e nelle nostre anime.. è stato come un dono che gli Stati Uniti mi hanno fatto, che custodisco gelosamente.

Vorrei proseguire con i luoghi…

Se è vero come dicono che un luogo appartiene per sempre a chi lo reclama con forza, allora questo viaggio ci ha permesso di portare a casa con noi moltissimi luoghi. Sono diventati “miei” luoghi indimenticabili come Baker Beach a San Francisco, la costa del Big Sur, da Monterey a Bixby Bridge, le foreste di Sequoia, la Death Valley, i Canyons, l’Oceano Pacifico da la Jolla a Santa Monica, le metropoli americane dell’ovest. Sono diventati “miei” in quanto parte dei miei ricordi e quindi delle mie emozioni.

Vorrei terminare con il concetto di viaggio…

Quanto è formativo un viaggio su una persona? Moltissimo, se quella persona è di animo sensibile; se non lascia scivolare via come fosse acqua tutto quanto gli accade, in modo indifferente ed anonimo. Ho cercato di imprimermi ogni aneddoto, ogni emozione, ogni esperienza che abbia sollecitato i miei sensi, ogni colore, ogni sapore, ogni suono, ogni cosa toccata (come la corteccia morbida e bruna delle Sequoie millenarie). Credo che solo così un viaggio possa trasformarsi in una esperienza di vita in grado di migliorare e completare una persona.

A questo diario, chiedo infine una cosa semplice: che sia per sempre in grado, ogni qual volta lo andrò a rileggere, di emozionarmi come lo ha fatto quando l’ho scritto e che possa emozionare, almeno un pochino, chi un domani avrà la fortuna di leggerlo.

Autore: Luca Viola

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